
Tre anni fa lo splendido Mare dentro riusciva a portare coraggiosamente al cinema il tema dell’eutanasia esponendo, tra dramma e forza della logica, le ragioni di chi vorrebbe abbandonare una vita che vita non è più. Oggi Lo scafandro e la farfalla si candida prepotentemente agli Oscar 2008 come miglior film straniero, proponendosi quasi come inno alla vita da vivere comunque, anche quando la menomazione fisica è pressoché totale. Un inno di intensa poesia, che poco lascia ai compianti e all’auto-commiserazione.
Intendiamoci, il film di Julian Schnabel non è da vedersi in stretta opposizione tematica a quello di Alejandro Amenábar, se non altro perché è lo stesso protagonista de Lo scafandro e la farfalla a desiderare per primo la morte dopo l’ictus che lo tiene paralizzato dalla testa ai piedi. Ma ciò che rende diversi i due sfortunati protagonisti dei due film è la profonda autoironia che pervade lo spirito combattivo del capo-redattore della rivista Elle, capace di dettare un intero libro, facendo uso della sola palpebra sinistra, unico muscolo del corpo rimastogli mobile.
Bloccato su un letto dalla rara sindrome Locked In, l’uomo – interpretato da uno sconvolgente Mathieu Amalric (Munich, Marie Antoinette), capace davvero di esprimere emozioni da vero attore con la sola palpebra – scopre che le altre due parti del suo corpo capaci ancora di rispondere ai suoi stimoli sono l’immaginazione e la memoria, le uniche in grado di liberarlo dallo scafandro pesante del suo copro, per dargli la libertà della farfalla. E allora comincia a viaggiare con la fantasia, tra visioni di una natura da agognare per la sua selvaggia libertà e ricordi della sua famiglia e di tutto ciò che si è lasciato alle spalle senza averlo veramente vissuto intensamente: impossibile non immedesimarsi in tanta poesia e non comprendere il messaggio che invita semplicemente a gustare a fondo le cose semplici che ogni giorno la vita sa regalarci.
Un inno alla vita – dicevamo – che equilibra e sposa felicemente la direzione netta e coraggiosa intrapresa dalla macchina da presa di Schnabel, che gira tre quarti di film (e tutti i primi 40 minuti!) in soggettiva, direttamente dall’occhio del protagonista, tra uno sbattito di palpebra e l’altro. Poche altre volte l’immedesimazione con lo spettatore è stata così completa, intensa, tragica, persino claustrofobica ed ansiogena, ma sempre poetica e originale. Una scelta coraggiosa che, nell’ingabbiare la visuale dello spettatore, esalta la libertà dello spirito autoironico, cinico e sagace del protagonista.
Un connubio perfetto, insomma, tra contenuto e forma, che catapulta prepotentemente il film tra i favoriti per la notte degli Oscar, non foss’altro per la sua atmosfera delicata, leggera e tragica allo stesso tempo, e per la facilità con cui trasuda sentimenti genuini.


