
Se si riuscirà a riprendersi dallo shock dell’insensatezza offensiva del titolo italiano (l’originale è Clubland), si potrà di certo apprezzare questo piccolo ma ben fatto Il matrimonio è un affare di famiglia della regista australiana Cherie Nowlan: un film difficilmente catalogabile, collocabile nella casella dei drammatici venati di umorismo, ma tranquillamente godibile come commedia dai numerosi risvolti tragici.
La storia che la Nowlan porta in sala, non senza un certa avvertibile dose di passione e coinvolgimento, è tutta incentrata sulle relazioni all’interno di una famiglia dominata da un elemento femminile forte, una donna costretta a fare a meno del marito e a crescere due figli maschi, di cui uno handicappato da un deficit intellettivo. Una donna certamente segnata dalla vita, che si guadagna da vivere calcando le scene dei teatrini di cabaret e rafforzando la sua scorza emotiva all’interno del nucleo familiare, dove impone il suo rigore affettivo (una sorta di continuo ricatto morale) sul figlio maggiore. Quando questi si troverà una ragazza, lei farà di tutto per distruggerla agli occhi del giovane. Ma invano. D’altronde il tracollo psicologico della matrona è dietro l’angolo…
Il film vive certamente dei suoi contenuti, dell’interessante tematica e dei rapporti fra i personaggi ben analizzati, riuscendo a strappare persino qualche lacrima di sincera commozione in più di un frangente. Si riesce a solidarizzare con tutti i protagonisti di questa singolare messa in scena: tutti sono un po’ vittime, persino la magna mater, grande carnefice di tutti, sotto sotto nasconde più di una ferita.
Proprio nel lasciar familiarizzare con i singoli personaggi – e con la madre in primis – sta la forza del film della Nowlan, che si circonda di attori assolutamente validi, tra i quali spicca non solo la Brenda Blethyn già vista in Espiazione, ma soprattutto i tre giovani: il fratello maggiore Khan Chittenden, convincente nell’esprimere il dualismo del suo personaggio, il ragazzo handicappato, un bravissimo Richard Wilson, e infine la giovane Emma Booth, cui la sceneggiatura affida il ruolo di chiavistello della vita degli altri protagonisti.
Insomma, un film piccolo e poco pretenzioso, ma godibile, non scontato e capace di coinvolgere. Doti rare in una produzione odierna. Meglio non lasciarselo scappare!


