
Forme velate e dichiarate di emarginazione e riscatto, mondi vicini e lontanissimi, scelte di libertà o di accettazione consapevole della propria schiavitù. Su questi ed altri analoghi temi vuol farci riflettere l’originale road-movie in stile documentaristico, ispirato a storie vere, dal titolo Corazones de Mujer, selezionato all’ultima Berlinale nella sezione “Panorama” e diretto da Kiff Kosoof (in arabo “eclisse”, pseudonimo collettivo dei registi David Sordella e Pablo Benedetti), oggi finalmente distribuito in Italia.
Un giovane omosessuale maghrebino, Shakira, di professione sarto di moda araba, ha scelto, dolorosamente, di lasciare la sua terra natale ed il figlio avuto da giovane a causa dell’impossibilità, per la gente del suo villaggio, di accettare la sua condizione e le sue scelte di vita. Oggi vive e lavora a Torino ed è qui che viene contattato da un’amica di origine marocchina, la giovane Zina, bella e rassegnata. Infatti la ragazza sta per sposare un ricco arabo dello stesso villaggio, tradizionalista quanto la sua famiglia, ma non è più vergine e non può affrontare la prima notte di nozze senza l’operazione di ricostruzione dell’imene che le darà indietro rispettabilità ed innocenza. Shakira le propone la soluzione del problema per tornare a “chilometri zero”: un viaggio a Casablanca, con la sua spider rossa, per incontrare un medico di sua conoscenza, complice l’occasione di acquistare stoffe per il corredo e l’abito da sposa di lei.
Due storie e due destini a loro modo simili, legati da una grande amicizia “al femminile” (sia pur con qualche ambiguità), s’incontrano ed iniziano un viaggio attraverso la Spagna ed il Marocco (bellissimi luoghi dalle luci naturali) che condurrà entrambi alla narrazione dei propri vissuti ed alla rivisitazione dei propri mondi, pensieri segreti, desideri e sofferenze.
“Nel film – affermano i registi – non giudichiamo ma parliamo delle maschere che noi tutti portiamo. La libertà di togliersele non ce la dà nessuno, dobbiamo prendercela”. I due protagonisti, Aziz Ahmeri e Ghizlane Waldi, alternano l’uso dell’italiano, nei momenti documentaristici delle interviste, a quello dell’arabo, che utilizzano per parlare fra loro: pur non essendo attori professionisti, i due giovani risultano naturalissimi, credibili ed in grado di catturare la simpatia del pubblico. Tanto di cappello a film low-budget come questi, che lasciano spazio alla creatività dei giovani registi capaci di confrontarsi con leggerezza e poesia su temi autentici e scottanti.


