Si può parlare di Nella rete del serial killer affrontandolo su due livelli: quello prettamente tecnico, per cui si può discutere di ciò che rende il film guardabile ma non certo perfetto; e quello tematico, su cui si possono avere pareri discordi, pur riconoscendo l’esistenza di un evidente e ricercato intento accusatorio verso la società di internet e la nostra morbosità, figlia della cultura delle immagini. Ma in entrambi i casi si giunge alla conclusione che il risultato ottenuto da Gregory Hoblit è pretenzioso e riuscito solo a metà.

Sinceramente, siamo stanchi di film che accusano il mondo della rete di essere un coacervo di devianze, un covo di malati mentali, il regno delle ossessioni, dei vizi e dell’anonimato impunito. Sembra di assistere alla solita vecchia crociata oscurantista sul nuovo media: la stessa che colpì la tv e molto prima ancora, persino la stampa, in tutte le sue forme! Se la nostra società è malata di voyeurismo, ha il culto della violenza e volge lo sguardo con morbosa attenzione verso ciò che invece dovrebbe ripugnarla, la colpa non è del medium (con buona pace di McLuhan): gli snuff-movies esistevano prima della rete, i serial killer pure e le riprese video anche. Viene piuttosto da pensare che Hoblit (un passato come produttore e regista di fiction tv) sappia bene cosa piace al pubblico e glielo sbatta in faccia, cogliendo l’occasione per accusare quel mezzo che sta mettendo alla sbarra tutti gli altri, cinema incluso. E questo è doppiogiochismo, non coerenza.

Il suo film si concentra infatti sulla “partita” fra una squadra di agenti dell’FBI e un serial killer che sevizia le sue vittime, riprendendole e trasferendo le immagini in rete: più visitatori avrà il video, più la vittima morirà in fretta. Il disegno dell’assassino comincia a prendere forma molto lentamente, rivelando una strategia e delle motivazioni particolarmente precise. Peccato che prima di giungere a rivelarle, la sceneggiatura si arrovelli e si perda nella ridda di supposizioni cui inevitabilmente conducono le indagini nella fase iniziale. Tra un nome ed un alto, ci si sente un po’ persi e la godibilità ne risente.

Sempre meglio la prima parte, comunque, rispetto alla mezz’ora finale, prolissa e totalmente inutile ai fini narrativi. Senza contare la facilità con cui scade nel più classico dei luoghi comuni da thriller, quello dell’investigatore nelle mani del maniaco. Rimane comunque una buona storia, ben congegnata nelle motivazioni e discretamente convincente, spiegazioni tecniche a parte (i paroloni informatici al cinema fanno ridere da decenni a questa parte e qui non si fa eccezione). Dentro le righe la prova della protagonista Diane Lane: non fa sbavature, ma sembra recitare per dovere di contratto. D’altronde anche lei sono trent’anni che interpreta lo stesso ruolo, con la stessa espressione.

Se Hoblit si fosse concentrato più su certi aspetti della sceneggiatura (compresi i dialoghi) e avesse abbandonato qualche tirata demonizzatrice, probabilmente ne sarebbe uscito un film più completo e convincente. Bisogna comunque ammettere che la sua accusa arriva forte e chiara, furba o sincera che sia: se c’è una qualità di cui il film non manca infatti è senza dubbio la personalità.