La moglie di Morgan Spurlock, autore dell’innovativo Super Size Me, rimane in cinta, ed il regista si sente chiamato, prima che il figlio nasca, a cancellare un po’ di pericoli dalla sua strada futura. Parte dunque, lancia in resta, alla ricerca dell’uomo più braccato del mondo.

Con una grossa dose di ironia che naufraga velocemente nella retorica, Spurloc mostra la sua preparazione fisica e psicologica che precede il suo viaggio in Afghanistan, dove si affratella con i poveri cristi, con chi non odierebbe se non fosse da secoli colonizzato, dove chi semina odio non può che raccogliere tempesta. Tutto chiaro, lineare, politicamente corretto, democraticamente sostenibile, quanto retorico, privo di novità, senza l’innovazione di Moore e lontano dalla fisicità di Baron Cohen.

L’idea di Where in the World Is Osama Bin Laden? risulta dunque superiore al suo prevedibile sviluppo. La tensione non cresce perché i pericoli non sono insormontabili, i documenti non rivelano ignote nefandezze e Bush e tutti i guerrafondai rimangono i cretini potenti che tutti conoscono e che nessuno è ancora riuscito a rispedire nell’inferno dal quale ci sono piovuti addosso.

In conclusione il bambino nasce, il padre è contento, la mamma assistita nel parto in acqua, tutti tornano felici aspettando le elezioni d’oltre oceano, nella speranza di liberarci di un incubo e con la sicurezza di risolvere poco con il cambio della guardia.