“Il mio nome è Gianmaria, e da quando ero bambino, vivevamo tutti insieme. Tutti quanti, cugini, zii, zie, nonno e nonna. Tutti nello stesso palazzo. E facevamo tutto insieme. Facevamo anche la spesa nello stesso negozio.
Zio Gianni viveva nel garage, ed era fidanzato con una Ferrari.
Al primo piano c’erano Zia Anna con Zio Nicola.
Al Secondo abitava Zio Raffaele, quello cattivo, tirchio. Zio Raffaele aveva tre figli. Filippo, Luca e Silvietta. E Silvietta mi faceva battere Il cuore.
Mio padre è stato in ospedale per quasi un anno ed è cambiato tutto. Non si ricorda più il mio nome. Non ricorda nemmeno come si chiama lui.
Mia madre dice che forse sarebbe stato meglio che morisse. Ma poi, dopo averlo detto, si sente in colpa e si mette a piangere. Io invece non piango mai.”

Mamma dice che a nessuno importa più niente di papà. Che papà non è più nulla. Che tutti lo hanno abbandonato, a lui e a noi. E invece se fosse morto, si sarebbero messi tutti a piangere Perché un morto fa piangere, un vivo no.”

Quando si svolge un lavoro per 30 anni e lo si sceglie nuovamente ogni giorno perché lo si farebbe  – e spesso accade che sia così – anche gratis… non si hanno peli sulla lingua.

Ergo: ci metterei veramente poco a rispettare la mia regola aurea, secondo la quale quando il regista, lo sceneggiatore, l’interprete principale ed uno dei produttori coincidono… il film è quasi sempre “una cagata pazzesca”. Figuriamoci, poi, se si tratta di una produzione italiana!!!

… e invece… NO.

Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione di Bonifacio Angius, in sala dal 16 Ottobre con Obiettivo Cinema in collaborazione con Il Monello Film è semplicemente… MERAVIGLIOSO.

Dopo essere stato presentato alle Notti Veneziane delle Giornate degli Autori dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia ed aver vinto il prestigioso Premio Lizzani, il figlio che Fellini avrebbe avuto con Tarantino è finalmente al cinema e non esiste cinefilo sulla Terra che possa continuare a respirare senza correre a vederlo sul grande schermo.

Questo diamante raro è profondamente sardo, fottutamente cinefilo, profondamente introspettivo e dolorosamente autobiografico.

Ecco perché, Samuel Beckett e i Monty Python insegnano… vi ammazzerete dalle risate di fronte all’assurdità del senso della vita secondo Bonifacio Angius.

Ora lascio “parlare” il pressbook e le Note di Regia perché mi trovano perfettamente d’accordo.

“Questa è la storia di un’eterna infanzia da cui tutto prende forma e significato.

‘Dove sei tu? Dove sono io? Perché siamo qui? Perché tutto è cambiato e noi non ce ne siamo accorti?’

Il tempo è passato e più nessuno verrà a urlare sotto la mia finestra.

E in quest’oscurità che pare fagociti ogni cosa, ci accorgiamo che sarebbe bastato così poco.

Un gesto, una canzone, una parola, la presenza, un bacio, sarebbe potuto essere semplice se invece di pensare il bene, avessimo fatto il bene.

E se fossimo stati davvero umili, ci saremmo accorti che è un illuso l’essere umano. Perché se i suoi pensieri sono accompagnati da niente, valgono niente. Invece con una semplice azione carica di forza e significato quell’amore perduto un giorno tornerà, e non sarà una bugia, lo vedremo, lo toccheremo, e non ci sarà più la paura di perderlo.

Confiteor – Come scoprii che non avrei fatto la rivoluzione è un film nato da diverse congiunture e suggestioni, alcune molto personali, autobiografiche.

È una storia di rabbia, tenerezza, ironia, cinismo, fragilità, furore, violenza, a volte inconsapevole, nascosta, velata, a volte ben consapevole, subdola, premeditata, la violenza nei gesti e nei pensieri, negli sguardi e nelle parole, motore invisibile delle azioni dei personaggi e, che ci piaccia o no, forma elementare dell’agire umano.

Una commedia amara che si trasforma costantemente in dramma, poi ritorna commedia e viceversa. Un racconto dove veleno e antidoto convivono contemporaneamente negli stessi occhi, nelle stesse parole, negli stessi corpi, degli stessi protagonisti.

Un’altalena di sentimenti dove bene e male oscillano continuamente. Un’eterna infanzia dove si combatte per sconfiggere il male e per raggiungere la luce, la serenità, la gioia di vivere, un’avventura amorosa senza preconcetti.

Il grande Bonifacio Angius
Il grande Bonifacio Angius

Confiteor è una storia vera e allo stesso tempo sognante, che nasce da ricordi, da situazioni vissute dall’autore in prima persona, elaborate, immaginate, da persone che lo stesso autore ha conosciuto, amato e odiato. Persone fragili, insicure, crudeli, eccessive, ingenue, stupide eppure brillanti, vulcaniche.

Personaggi realistici dunque, che possono diventare bombe a orologeria, pronte a esplodere, a commettere atti incoscienti, così, senza un significato univoco, senza rendersene conto, senza ricordarsi il perché delle loro azioni. Confiteor è la storia di una caduta, una discesa verso il buio, lenta, inesorabile e irreversibile.

E nello stesso istante è una storia luminosa, priva di rancore, dove l’amore trionfa grazie al candore e innocenza di un bambino. Perché in fondo è questa la vera Rivoluzione che ogni individuo dovrebbe vivere.

Un racconto di famiglia. La famiglia già raccontata negli altri film di Angius, Perfidia, Ovunque proteggimi e I Giganti. Il primo racconta la distruzione di un piccolo nucleo familiare, il secondo film invece ne descrive la nascita. Confiteor è l’ideale unione di questi due conflitti, inizio e fine, ma persino, anche nuovo principio.

Il film mette in scena la distruzione di una famiglia più ampia, come a voler simboleggiare la caduta di valori ancestrali, che parevano immutabili, assoluti, e che invece si piegano, investiti dalla contemporaneità, schiacciati dalle mille contraddizioni che la società dei consumi inevitabilmente porta con sé.”