Inevitabilmente, questa 20ª Edizione della Festa del Cinema di Roma 2025 sarà ricordata come il festival cinematografico nel quale la questione palestinese è stata maggiormente rappresentata.
Del resto, l’autunno del 2025 segna il secondo anniversario del sanguinoso, eclatante attacco di Hamas in territorio israeliano, a cui ha fatto seguito un drammatico “salto di qualità” nella risposta militare di Tel Aviv, facendo impennare le statistiche sulla mortalità della popolazione civile intrappolata nella Striscia di Gaza.
Decine di migliaia di morti, feriti, mutilati, dispersi, oltre 20.000 bambini uccisi, quasi 300 giornalisti colpiti quasi sempre deliberatamente dall’IDF, centinaia di medici e operatori sanitari assassinati mentre cercavano di prestare soccorso alle innumerevoli vittime… da qui la disputa “Genocidio sì/genocidio no”, ormai forse superata e comunque superflua nel tribunale della Storia, che ha già pronunciato il proprio verdetto, rilanciato dalle centinaia di migliaia di persone che hanno preso parte alle tantissime manifestazioni per Gaza in corso in tutto il mondo in questi mesi.
Il Cinema non poteva certo restare estraneo all’inasprirsi di questa tragedia epocale!
Segnaliamo doverosamente, quindi, due tra i tanti film sull’argomento, collocati agli estremi opposti dei generi cinematografici: Palestine 36, un grande affresco storico ambientato negli anni Trenta, alle origini del conflitto israelo-palestinese e Put Your Soul on Your Hand and Walk di Sepideh Farsi, un documentario immerso nella contemporaneità, al punto da fondarsi essenzialmente sulle videochiamate della regista con una reporter da Gaza – esempio di quel cinema verticale che caratterizza la nostra epoca.

Palestine 36 è un’opera maestosa, di fattura elegante ed accurata, la cui autrice è Annemarie Jacir. Nata a Betlemme da un’antica famiglia cristiana, la regista è profondamente immersa nella cultura e nella identità palestinese; ne è dimostrazione il fatto che tutti i suoi lungometraggi sono stati selezionati come candidati ufficiali agli Oscar per la Palestina: oltre al film odierno, Salt Of This Sea (2008), When I Saw You (2012), Wajib (2017).
È anche impegnata nel fornire formazione e orientamento ai giovani locali che desiderano lavorare nell’industria cinematografica, nonché nel promuovere attivamente il cinema indipendente nella regione mediorientale, avendo fondato la Philistine Films.
Con un simile curriculum, non c’è da stupirsi che questa regista abbia messo tutta sé stessa al servizio di un’opera di divulgazione quanto mai necessaria nell’attuale epoca di manipolazione delle verità storiche. Il numero “36” accanto al nome “Palestine” evidenzia, infatti, come la terribile vicenda di due popoli che si contendono un medesimo, ristrettissimo territorio abbia origini ormai secolari.
Annemarie Jacir dipinge con grande vivacità cromatica e precisione storiografica una Palestina araba viva e vitale, dove alle fertili e ben coltivate campagne fa da contrappunto la vibrante energia delle città, Gerusalemme in primis. Siamo però alla vigilia di drammatici cambiamenti, preparati dalla famigerata Dichiarazione Balfour, che già nel 1917 si proponeva di risolvere la questione del popolo ebraico – oggetto da sempre di persecuzioni e pogrom in particolare nell’Europa centrorientale – assegnandogli una sede nazionale (“national home”) nella cosiddetta Terra Santa.
Peccato però che quella terra non fosse certo disabitata; vi viveva, infatti, una popolazione araba dai costumi e dalla cultura consolidata.
Ed è proprio questo il fulcro della accurata sceneggiatura, a firma della stessa Jacir, che attraverso le storie individuali di alcuni personaggi-chiave restituisce un mondo che va lentamente ma inesorabilmente in frantumi: dalla fiera popolana Hanan (la celebre attrice Hiam Abbass) alla coraggiosa giornalista Khuloud (Yasmine Al Massri), da Yusuf (Karim Daoud Anaya), che si evolve da contadino spaurito a indomito patriota, da padre Boulos (Jalal Altawil), la cui fede cristiana non lo salverà dagli inglesi, al doppiogiochista Amir (Dhaffer L’Abidine), direttore di giornale a libro paga del Sionismo.
Ideologia, questa, che trovò sponda negli ambienti governativi britannici, nel film rappresentati dai personaggi dell’Alto Commissario di Sua Maestà (Jeremy Irons, la cui presenza conferisce al cast un profilo internazionale), del consulente filoarabo Hopkins (Billy Howle) e dello spietato capitano Wingate (Robert Aramayo – Game of Thrones, The Lord of the Rings).
I frutti avvelenati della spartizione colonialista del Medio Oriente da parte delle grandi potenze europee, ben descritti in Palestine 36, li ritroviamo a distanza di decenni nell’occhio del ciclone di una crisi sempre attuale.
Put Your Soul on Your Hand and Walk ci proietta invece nella vita quotidiana di Gaza durante i tremendi attacchi delle forze armate israeliane, colta attraverso le videochiamate e le conversazioni che la regista Sepideh Farsi ha intrattenuto, per circa un anno, con la videoreporter palestinese Fatma Hassona.
Queste preziose videochiamate, testimonianza diretta di una realtà che il governo israeliano si è aggressivamente impegnato a censurare… si sono dovute forzatamente concludere il 15 Aprile perché Fatma è stata uccisa, insieme ad altri cinque membri della propria famiglia, il 16 Aprile 2025.
Questa giovane donna di soli 24 anni, immersa in una realtà da incubo, intrappolata in quella che è probabilmente la più grande prigione a cielo aperto del mondo, non nasconde l’angoscia per un futuro di morte ma ciononostante mostra tutta la sua energia, la sua freschezza, la sua voglia di andare avanti.
Attraverso lo schermo di uno smartphone, con la connessione che inevitabilmente si interrompe spesso, Fatma risponde alle domande di Sepideh che vuole sapere come fanno a tirare avanti, lei e la sua famiglia, chiusi in un palazzo circondato dalle macerie degli edifici crollati a causa di uno dei tanti bombardamenti che da due anni si sono fatti incessanti sulla Striscia.
A sua volta, Fatma chiede alla sua amica virtuale com’è Parigi o com’è il Canada, dove Farsi si reca spesso, lei che non è mai uscita da Gaza ma che vorrebbe conoscere almeno un po’ del mondo esterno. Eppure, malgrado un destino crudele, Fatma non si lamenta della sua condizione, si dice orgogliosa di essere palestinese, perché il suo popolo resiste da sempre ai tentativi di distruggerlo e non smette di celebrare la vita.
Un piccolo grande film che ci ricorda quanto sia importante restare umani, sempre.