Chainsaw Man – Il film: La storia di Reze di Tatsuya Yoshihara, al cinema dal 30 Ottobre distribuito da Eagle Pictures.

Si tratta della trasposizione cinematografica dell’omonimo manga, scritto e disegnato da Tatsuki Fujimoto, pubblicato a partire dal 2018 su Weekly Shōnen Jump.

È una delle opere più innovative e controverse della nuova generazione shōnen, trasposto nel 2022 in un’acclamata serie animata di dodici puntate e nel 2025 in questo film che copre il secondo arco.

Chainsaw Man — Stagione 1: Sangue, sogni e motoseghe

Chainsaw Man introduce uno dei mondi più crudi ed originali del fumetto giapponese contemporaneo: un mondo alternativo simile al nostro in cui i “diavoli” nascono dalla paura di un elemento specifico e i “Devil Hunters” vengono pagati per eliminarli fisicamente,  spesso al prezzo della propria umanità.

Denji, il protagonista, è un ragazzo poverissimo che vive con il suo diavolo domestico, Pochita, una sorta di cane-motosega.

Sopravvive tagliando alberi, vendendo i propri organi ed uccidendo diavoli per saldare i debiti ereditati dal padre. La sua vita cambierà quando verrà tradito dalla yakuza ed ucciso dal diavolo zombie. Pochita, però, si sacrifica fondendosi con lui: nasce così Chainsaw Man, un ibrido umano-diavolo, genere rarissimo capace di far spuntare letali motoseghe dal proprio corpo.

Rianimato ed assetato di libertà, Denji viene immediatamente reclutato sotto minaccia dall’enigmatica Makima, una funzionaria della sicurezza pubblica che lo “adotta” come cane da caccia, promettendogli una vita normale in cambio della sua obbedienza. D

enji entra così nella Divisione Speciale 4 dei Devil Hunters, accanto a diavoli incarnati sottomessi e umani segnati dal trauma: il razionale e vendicativo Aki Hayakawa, legato da patti mortali stretti prima con il diavolo volpe e poi con il diavolo futuro, e la caotica, bugiarda, infantile ed egocentrica Power, il diavolo che incarna la paura del sangue, con un carattere imprevedibile ma una nascente umanità.

La prima stagione segue le loro missioni contro una serie di avversari sempre più letali, culminando nello scontro con il Katana Man, inviato da diavolo pistola, una presenza quasi mitica che ha ucciso milioni di persone in pochi istanti, che, per motivi oscuri, anela al cuore di Motosega.

Ogni episodio mescola azione cinetica, humour nero e momenti di intimità disarmante: Denji sogna solo “una vita normale” (cibo tutti i giorni, un letto comodo, fare il bagno e magari avere una ragazza), ma la serie dimostra che la normalità non esiste in un mondo dominato dalla paura.

Nel corso della storia, Makima manipola Denji come una pedina, alimentando il suo bisogno di affetto. Aki diventa per lui un fratello maggiore alquanto riluttante, mentre Power evolve da presenza inaffidabile a compagna di casa, in un equilibrio precario di follia e tenerezza.

Chainsaw Man – Il film: La storia di Reze di Tatsuya Yoshihara.

In un manga che ha fatto dell’assurdo e dell’iperviolenza, tanto estrema da essere cartoonesca, un linguaggio poetico, Reze è la parentesi più umana e più crudele di Chainsaw Man ed il film riesce ad accentuare, se possibile, questo momento di tragica bellezza. Appare per un attimo — come fanno i sogni che non possiamo permetterci di ricordare — e scompare in un’esplosione di sangue, fumo e malinconia. Ma la sua breve presenza ha riscritto il tono stesso della serie di Tatsuki Fujimoto, trasformando l’horror pulp in tragedia romantica.

Reze entra in scena come una ragazza sorridente, tenera e curiosa, che flirta con Denji in una cabina telefonica sotto la pioggia. È l’unico momento in cui il protagonista sembra vicino a una felicità autentica: niente diavoli, niente ordini, solo la possibilità di un bacio sotto i fuochi artificiali.

Ma Fujimoto è un autore che non crede nell’amore come redenzione, bensì come detonatore. Dietro la timidezza di Reze si nasconde la “Bomb Devil Hybrid”, un’arma vivente creata dal governo sovietico. La sua missione è semplice: avvicinarsi a Denji, sedurlo e strappargli quel cuore che tutti vogliono controllare.

La bomba, però, si innamora della miccia. Reze non riesce più a uccidere l’unico essere umano che l’ha trattata come una persona. Ogni suo sorriso diventa un atto di resistenza, ogni carezza una mina che decide di non esplodere. Eppure, come in ogni tragedia classica, l’amore non basta. Quando prova a fuggire con Denji, la trama — o meglio, Makima — la inghiotte. Il suo corpo viene strappato via con la stessa indifferenza con cui un dio punisce un peccato d’empatia.

La Storia di Reze è una parabola breve ma densissima sul controllo e la libertà. Fujimoto usa Reze per mostrare che persino un’arma può desiderare la pace, e che nel mondo di Chainsaw Man l’amore è un’illusione biologica, un riflesso condizionato prima della detonazione. Reze non è solo una vittima: è il simbolo di tutti i personaggi di Fujimoto, costretti a scegliere tra la sopravvivenza e la verità di ciò che provano.

Esteticamente, l’arco narrativo di Reze è un piccolo capolavoro. La regia alterna intimità e brutalità, con tavole in cui un bacio si trasforma in una lingua strappata, e l’odore del sangue si mescola a quello dei fiori. La ragazza-bomba è la perfetta incarnazione del linguaggio di Fujimoto: una miscela di tenerezza e nichilismo, capace di far convivere eros e morte nello stesso sguardo.

La sua fine, nell’adattamento animato o nel manga, non è solo un colpo di scena.

È un requiem.

Reze muore due volte: la prima come assassina fallita, la seconda come ragazza che aveva creduto, per un istante, di poter vivere diversamente. E quando Denji resta solo, con il suo sguardo vuoto, capiamo che in Chainsaw Man la violenza non è mai gratuita — è la sola lingua che resta quando non si può più parlare d’amore.

Reze, in fondo, è la domanda che attraversa tutta l’opera di Fujimoto: può un’arma scegliere di non esplodere?

E la risposta, come sempre, è nascosta nel suono di una scintilla che si spegne prima di diventare fuoco.