La divina di Francia – Sarah Bernhardt di Guillaume Nicloux è giunto nelle sale italiane il 6 Novembre grazie a Wanted.

La talentuosa cantante ed attrice francese Sandrine Kiberlain si confronta con il mito eterno dell’attrice teatrale francese più famosa al mondo tra ‘800 e ‘900, il cui oceanico talento ha segnato la Belle Époque.

Definita “La voce d’oro” da Victor Hugo e ricordata ancora oggi come “La Divina”, il suo nome era Sarah Bernhardt.

Eterna rivale di Eleonora Duse e musa di personalità del calibro di Gabriele D’Annunzio, Oscar Wilde, Sigmund Freud ed Émile Zola, la Bernhardt ha fatto la storia del teatro incantando il pubblico sul palco mentre si ribellava alle convenzioni, comportandosi come una femminista ante litteram.

Il film ci conduce dietro le quinte della sua vita straordinaria: non è un biopic ma un ritratto ispirato che si concentra su alcuni momenti chiave della sua esistenza che vuole trasmetterci la complessa e sfaccettata essenza di un’artista eccezionale, destinata a diventare una leggenda immortale.

Come ci rivela il regista Nicloux: “Il cinema non ha l’obbligo di essere autentico, e l’accuratezza documentale non sempre favorisce l’empatia o l’emozione.

Mi interessa tanto l’esplorazione dei sentimenti quanto il contesto. Avevo bisogno di sognare con lei, di catturarla nello spirito del suo tempo”.

È così che La divina di Francia – Sarah Bernhardt vuole cogliere lo spirito di una donna libera, spesso in bilico tra il successo ed una profonda sofferenza: accanto alla popolarità non mancano i problemi di salute che la mettono a dura prova, così come la relazione tormentata con l’attore Lucien Guitry, interpretato da Laurent Lafitte.

Altro aspetto che traspare nei dialoghi, tra un eccesso e l’altro della Bernhardt, è la sua estrema modernità: oltre che essere avanguardista nel suo approccio all’arte ed impegnata politicamente, la geniale interprete si distingue per la sua volontà di libertà dal controllo patriarcale, interpretando anche ruoli maschili ed occupandosi in prima persona della gestione della sua carriera.

La sceneggiatrice Nathalie Leuthreau ha dichiarato: “Una vita talmente ricca che raccontarla per intero sarebbe stato impossibile, col rischio di sfiorarla soltanto e restituirne una pallida copia. Ho quindi scelto di concentrarmi su due momenti chiave della sua esistenza. Due episodi centrali, l’uno destinato a influenzare l’altro: il giorno della sua consacrazione nel 1896, organizzata dalle persone a lei più care, e l’amputazione della gamba nel 1915.

Sandrine Kiberlain e Laurent Lafitte
Sandrine Kiberlain e Laurent Lafitte

Ma per incarnare Sarah e restituirle tutta la sua intensità in un tempo così concentrato, ho sentito il bisogno di sfruttare la conoscenza acquisita per concedermi la libertà di intrecciare ciò che le biografie possono solo suggerire, di immaginare il verosimile, di delineare i legami profondi e amorosi che univano Sarah e Lucien Guitry. Ho anche colto l’occasione del conflitto tra Lucien e suo figlio Sacha — entrambi innamorati della stessa donna — per fantasticare su una storia d’amore appassionata, capace di restituire a Sarah tutta la portata dei suoi eccessi e della sua follia”.

Guillaume Nicloux: “Ho sempre avuto un passato di anarchismo punk, che mi ha portato a interessarmi alle figure ribelli che vanno controcorrente, che non sono alimentate da “né Dio né padrone”. Sarah Bernhardt è una di quelle persone vampiresche, capaci di risucchiarti con la loro presenza, le loro esigenze e contraddizioni, la loro generosità e i loro eccessi.

È una donna che è ‘troppo’: troppo amorevole, troppo violenta, troppo ingiusta, troppo innamorata della giustizia, troppo ribelle. Tutte queste sfaccettature vanno di pari passo e si alimentano a vicenda. In questo senso, è un film smaccatamente “romantico”, una storia d’amore in cui la passione di una donna artista prevale sulla ragione e sulla morale. Un destino unico, guidato dall’immaginazione e dal superamento di sé.”.

La meravigliosa Sarah Bernhardt
La meravigliosa Sarah Bernhardt

Dulcis in fundo, la carismatica Sandrine Kiberlain, che ha portato a compimento questo ruolo difficilissimo senza farlo cadere nella macchietta, rischio presente ad ogni passo e dopo ogni parola: “Soprattutto, non bisogna pensare a ciò che rappresenta, alla sua aura di ‘mostro sacro’, come la definì Cocteau. Sarebbe troppo intimidatorio. Mi sono concentrata su elementi più impalpabili: la sua energia, la sua libertà, cercando di liberarmi il prima possibile da qualsiasi ostacolo.

Sarah Bernhardt recita sempre, anche quando non è sul palcoscenico, perfino con le persone più vicine. È costantemente fuori misura. Era sproporzionata, eccentrica, dormiva e provava in una bara, era circondata da animali selvatici… Era libera in tutto, anche nelle parole, ma non si può nemmeno parlare di coraggio, perché non era qualcosa di pensato, calcolato o consapevole. Non aveva limiti.

È l’unica cosa che io e Guillaume abbiamo discusso subito: dovevamo restituire la verità di Sarah Bernhardt copiando il suo modo di recitare e di parlare, o dovevamo farla nostra in un altro modo? Abbiamo scelto la seconda opzione: catturare l’emozione e la forza che emanava. Non si trattava di copiarla, ma di evocarla nell’eccesso, nello sfarzo, nella sincerità che metteva nell’interpretare quei personaggi che ogni sera facevano svenire o piangere il pubblico. Abbiamo cercato una nostra via per renderle omaggio.”.

Una visione preziosa.