Ammazzare stanca di Daniele Vicari è stato presentato a Venezia 82 nella sezione Venezia Spotlight e poi distribuito nelle sale italiane da 01 Distribution il 4 Dicembre.
Il miglior regista italiano della mia generazione, che ci ha regalato diamanti come Diaz – Don’t Clean Up This Blood (2012) e Fela, il mio Dio vivente (2023), ha deciso – con queste intense 2 ore di lungometraggio – di cimentarsi con la materia viscida, orrida e sfuggente, della più potente mafia italiana: la ‘ndrangheta. Tale tema inquietante fa, in realtà, da background permanente alla narrazione principale che affronta uno dei temi più delicati del genere umano: il rapporto tra padre e figlio.
In questo specifico caso, come narrato nell’opera cui Vicari si è ispirato per trasporla sul grande schermo, la durissima ed insanabile relazione malata tra un capomafia e suo figlio: Giacomo ed Antonio Zagari.
Probabilmente, un cromatismo più livido e luci meno sci-fi avrebbero reso meglio l’atmosfera torbida e profondamente repellente degli avvenimenti che si svolgono sullo schermo, allontanandoci maggiormente dall’effetto “bel film per la tv” che è da sempre il nemico per le produzioni italiane importanti.
La tirata d’orecchie, quindi, è più al direttore della fotografia che al regista, il quale ha invece operato con precisione millimetrica, come un chirurgo dell’immagine, facendomi ripensare al miglior Tarantino, in cui la durezza del tema si fonde sempre con quegli istanti in cui lo spettatore si sente quasi in colpa a provare dell’ilarità di fronte ad eventi così orripilanti.
Menzione speciale per un paio di sequenze (no spoiler, don’t worry!) memorabili: la macchina, carica di mafiosi, che rischia di finire nel fosso in retromarcia e quella – degna della Berlinale – in cui due cadaveri “illustri” si ritrovano affiancati nel medesimo luogo e lo spettatore prova un brivido gelido lungo la schiena per ciò che tale scelta registica rappresenta.
“Non c’è niente di più comico dell’infelicità, […] Sì, sì, è la cosa più comica che ci sia al mondo”, come l’immenso Samuel Beckett scrisse nel suo straordinario Finale di partita (1957).
Impossibile non sottolineare la bravura di Gabriel Montesi che regge il film sulle spalle donandoci un Antonio Zagari indimenticabile e risultando plausibile, anche acusticamente, nonostante il forte limite del dover recitare in un accento così remotamente distante dal suo romano dei castelli; impresa riuscita decisamente meno bene al mio amato Vinicio Marchioni che ci regala un’interpretazione eccezionale della belva Antonio Zagari ma, a tratti, brechtianamente interrotta da alcuni istanti in cui l’immane difficoltà e durezza del calabrese si è scontrata, vincendo, con la profonda romanità del nostro.
Last but not least, è impossibile non elogiare due prove d’attore mirabili e spiazzanti per chi, come il sottoscritto, non è stato abituato a vederli in quelle vesti: un inquietante Colonnello Becker (Pier Giorgio Bellocchio, anche coproduttore del film insieme ai mitici Manetti Bros.) ed un perfetto Don Peppino Pesce, il “capofamiglia”, portato sullo schermo da un Rocco Papaleo in stato di grazia.
Dulcis in fundo: la splendida colonna sonora del talentuoso Teho Teardo: “Daniele Vicari ha caldeggiato l’utilizzo della chitarra battente calabrese per la colonna sonora di questo film. Ho scritto tutta la musica rimanendo nel perimetro delle frequenze di quello strumento così particolare, molto limitato soprattutto nei bassi. Le melodie e le armonie hanno preso forma in un ambito alquanto circoscritto, solo successivamente sono state espanse, dilatate utilizzando altri strumenti in grado di sondare frequenze molto basse che hanno cercato altri punti di osservazione di quel percorso musicale ed esistenziale. Altre prospettive.
La musica indaga ciò che vive dentro i personaggi, ma in questo film ambisce anche a restituire le zone di assenza nel loro carattere, ciò che si potrebbe esprimere come desiderio, come qualcosa che manca. Come nella relazione tra Antonio e Angela, in cui il desiderio di Antonio ambisce a una vita lontana dai destini segnati dalla violenza che regola le loro misere esistenze.
La musica di questo film parla di qualcosa che non c’è.”

Con le parole del grandissimo Daniele Vicari: “Per raccontare questa storia ho dovuto avventurarmi in un territorio affascinante, quello del gangster movie, con le sue enormi possibilità cinematografiche, i ritmi, l’azione… ma prima di tutto ho dovuto lasciare che lo sguardo di Antonio diventasse una sfida contro il senso comune. Mi è piaciuta questa avventura, mi ha emozionato esplorare quello sguardo e i sentimenti di un uomo tanto lontano da me, così ho provato a trasferire questa emozione alle immagini.
Antonio è un assassino riluttante, uccide e per questo sta male. Per lui ‘ammazzare’ non diventa esercizio di potere anzi, al contrario, lo ‘stanca’ e lo spinge a sottrarsi alla logica del potere che il padre e la sua organizzazione vorrebbero gestisse da buon primogenito. Antonio, a differenza della quasi totalità dei figli appartenenti ad organizzazione mafiose, anche quelle raccontate nel cinema, rifiuta l’eredità paterna, non sa cosa farsene.
Per un organismo criminale non c’è virus più pericoloso di chi non accetta la legge del padre e non esalti la morale della sopraffazione.”.
Dirvi di correre al cinema sarebbe retorico. Mi limito, quindi, a ricordarvi che – ogni volta che ci lamentiamo che il cinema italiano è spanne indietro rispetto ad alcune cinematografie estere… dovremmo smettere di preoccuparci delle produzioni nostrane di scarsa qualità (la maggior parte di quelle distribuite) e concentrarci su chi, come Daniele Vicari, il Cinema…lo sa fare davvero.
