Con la Coppa Volpi della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia per la Migliore Interpretazione Maschile assegnata al grande Toni Servillo, La Grazia sbarca nelle sale italiane grazie alla distribuzione di PiperFilm, che è anche co-produttore.
La grazia è un film su un dilemma morale: il protagonista, un fittizio Presidente della Repubblica italiana, giunto quasi alla scadenza del mandato, deve decidere se concedere o meno la grazia a due persone che hanno commesso degli omicidi in circostanze, però, forse, perdonabili.
Sul suo tavolo di fervente cattolico è rimasto un ultimo, difficile, provvedimento da firmare (o no): la legge sull’eutanasia.
Qui – sia detto senza pedanteria – è stata operata una forzatura giuridica, malgrado la scelta di porre ad epigrafe del film il testo integrale del non breve articolo 87 della nostra Costituzione repubblicana: al Capo dello Stato non compete alcuna scelta “politica” nel promulgare questa o quella legge, a meno che non vi siano palesi vizi di costituzionalità. Il suo è un ruolo – così è chiamato dalla dottrina giuridica – quasi “notarile”.
Ma tant’è, il cinema è ovviamente finzione, e tale resta anche quando è confezionato in modo formalmente mirabile, com’è nel caso del cinema di Paolo Sorrentino, che per questa avvolgente mise en scene quirinalizia si avvale dell’opera eccelsa di Daria D’Antonio (autrice di una luminosa, impeccabile fotografia), della scenografa Ludovica Ferrario e di Carlo Poggioli ai costumi.

A fianco di Toni Servillo, un cast sempre misurato come si addice ad una équipe presidenziale: Anna Ferzetti nel duplice ruolo della figlia devota e della giurista competente; Massimo Venturiello nei panni dell’antico sodale che aspira ad occupare lo scranno del Presidente; Milvia Marigliano in quelli dell’amica di lunga data, schietta ma fedele; Orlando Cinque nel ruolo del corazziere-capo, distante emotivamente ma solido e sempre presente.
I rovelli che agitano i pensieri del Presidente Mariano De Santis, interpretato da un Servillo sempre più bravo e sempre più a suo agio quando è diretto da Sorrentino, non riguardano solo l’etica politica, ma anche – soprattutto – i sentimenti: vedovo da otto anni, il fine uomo di legge (ha scritto un manuale di diritto penale di oltre duemila pagine!) si scopre legatissimo all’amore di una vita, anche quando viene a scoprire segreti inconfessabili…
Va detto che il film miscela sapientemente momenti di malinconica riflessione a scoppiettanti sipari tra i protagonisti, fino a regalarci un “Presidente Servillo” canterino e simpatizzante con il rapper Guè Pequeno, che appare in un divertente cameo.
Nelle parole del regista nonché autore della sceneggiatura: “La Grazia è un film d’amore. Questo motore inesauribile che determina il dubbio, la gelosia, la tenerezza, la commozione, la comprensione delle cose della vita, la responsabilità. L’amore e le sue articolate diramazioni sono viste e vissute attraverso gli occhi di Mariano De Santis, Presidente della Repubblica verosimile ma rigorosamente inventato.
Mariano De Santis ama la moglie che non c’è più, la figlia e il figlio e le loro distanze generazionali, ama il diritto penale che ha studiato per tutta la vita. Mariano De Santis, dietro il suo aspetto serio e rigoroso, è un uomo d’amore. La Grazia è un film sul dubbio.
E sulla necessità di praticarlo, soprattutto in politica, soprattutto oggi, in un mondo dove i politici si presentano troppo spesso col loro ottuso pacchetto di certezze che provocano solo danni, attriti e risentimenti, minando il benessere collettivo, il dialogo e la tranquillità generale. Mariano De Santis è un uomo mosso dal dubbio”.
E ancora: “Da ragazzo, rimasi folgorato dal Decalogo di Kieślowski.
Un capolavoro tutto incentrato sui dilemmi morali.
La trama delle trame. L’unico intreccio davvero appassionante. Più di un thriller.”.
[Ecco che cosa ne pensa Federico Frusciante]
“Non penso di essermi neanche minimamente avvicinato all’altezza del genio di Kieślowski, alla profondità con cui affrontava i temi morali, ma ho sentito la necessità di farlo comunque, in un momento storico in cui l’etica, alle volte, sembra essere opzionale, evanescente, opaca o comunque tirata troppo spesso in ballo solo per ragioni strumentali.
L’etica è una cosa seria. Tiene in piedi il mondo. E Mariano De Santis è un uomo serio”.
Insomma, un’ottima prova del cineasta napoletano, risollevatosi dopo il dubbio esito di Parthenope con un’opera all’altezza della sua fama ormai consolidata di regista tra i migliori della sua generazione.

