“Qualsiasi cosa succceda, bisogna sempre studiare”
La stanza di Mariana di Emmanuel Finkiel, resterà nelle sale italiane – esclusivamente in versione originale, per mia grandissima gioia – soltanto il 27–28–29 Gennaio, in occasione della Giornata della Memoria, distribuito da Movies Inspired.
Tratto dal romanzo “Fiori nelle tenebre”, di Aharon Appelfeld, il film racconta l’Olocausto e la Seconda Guerra Mondiale dalla prospettiva di un bambino nascosto nella stanza di un bordello mentre fuori imperversa l’orrore.
Appelfeld è un pluripremiato autore di romanzi, tradotti in decine di lingue; nelle sue opere, affronta sempre temi legati alla Shoah ed alla guerra, essendo miracolosamente riuscito a fuggire da un campo concentramento lui stesso.
La storia ruota, quindi, intorno a Hugo (interpretato magistralmente dal giovanissimo Artem Kyryk), che trascorre oltre un anno nascosto nella stanzetta di Mariana, che si trova all’interno di un bordello, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Mentre la guerra infuria fuori dal vivace postribolo, Hugo e Mariana stringono un legame (intimo e complesso) di amore, lealtà e devozione che cambierà per sempre le loro vite.
Il regista aveva già lavorato con Mélanie Thierry in La Douleur, (titolo internazionale: Memoir of War), lungometraggio del 2017 tratto da Il dolore di Marguerite Duras che gli valse la doppia candidatura ai César, per Regia e Sceneggiatura.
In questo intenso lungomettraggio, nel quale si alternano gli interni ad alcune – dolorosissime – sequenze in esterna, inclusa la splendida parte finale, percepiamo la rarefazione dell’aria all’interno del bordello che rappresenta, almeno sino al tragico epilogo, un’oasi sicura dalla follia nazista… per quanto un luogo potesse essere sicuro in quegli anni di follia collettiva.
D’altra parte, gli ufficiali, nella “Stanza di Mariana”, trovavano soltanto gioia; quindi, se si rimaneva nascosti, forse, una speranza di vivere un altro giorno esisteva davvero.
In questa storia potente e dolorosa ma mai retorica (impossibile, ovviamente, non citare il parallelismo con le vicende di Anna Frank), brilla su tutti la fulgida stella di una Mélanie Thierry in stato di grazia che riesce, con un singolo sguardo, un sorriso, un’improbabile passo di danza a proiettarci all’interno della narrazione ed a mantenerci stregati al suo interno, come tanti piccoli Hugo.
Una visione preziosa.
