Dopo l’ottima accoglienza al Festival di Cannes 2025, dove il film è stato presentato in Concorso, arriva nelle sale italiane – grazie a Lucky Red – Due Procuratori del pluripremiato regista ucraino (nato in Bielorussia) Sergei Loznitsa.
Di formazione documentaristica, Loznitsa è autore di opere come Il processo di Kiev, con cui ha portato sullo schermo la “Norimberga” dell’Unione Sovietica: utilizzando filmati d’archivio unici ed inediti, il regista ha ricostruito il processo nei confronti di 15 criminali nazisti tedeschi e dei loro collaboratori, responsabili di crimini contro l’umanità sul territorio dell’allora Repubblica Socialista Sovietica dell’Ucraina.
In Due procuratori, volendo raccontare l’eterna “banalità del male”, Loznitsa sceglie di immergersi nel cuore di tenebra del periodo delle purghe staliniane: ambientato nell’URSS del 1937, il film è un apologo morale, debitore al tempo stesso di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ e di Franz Kafka.
Soltanto due scrittori monumentali come loro potevano infatti fornire al cineasta la tavolozza di colori necessaria per raffigurare quell’abisso della Storia che è stato il periodo dello stalinismo.
Con questa sua regia, ispirata ad un racconto di Georgy Demidov, scienziato e prigioniero politico morto solo due anni prima del crollo del Muro di Berlino, Loznitsa fa altissimo cinema di impegno civile, raccontando il passato per denunziare l’oggi.
In Russia, infatti, i meccanismi del totalitarismo – annientamento dell’opposizione politica, corruzione, burocrazia asfissiante, repressione che rende tutti sospetti – sembrano essere giunti immutati, decennio dopo decennio, sino ai giorni nostri.
Due procuratori, scritto e diretto da Loznitsa, mette di fronte un giovane procuratore di prima nomina, idealista, genuino sostenitore dei principi politici della Rivoluzione Bolscevica ed il procuratore generale, potente e spietato uomo di regime, messo al servizio della macchina del Terrore dai vertici supremi del Partito, probabilmente dallo stesso Stalin.
Il primo, cui dà volto il giovane e straordinario attore Alexander Kuznetsov (anche lui ucraino), è il magistrato di sorveglianza Kornev, al quale arriva una richiesta di intervento da parte di un prigioniero. La missiva gli giunge rocambolescamente perché, come vediamo nelle prime sequenze del film, le lettere dei detenuti ingiustamente accusati dal regime vengono bruciate all’interno della stessa prigione.
Kornev intraprende la trafila che lo porterà alfine ad incontrare il prigioniero, un anziano membro dello stesso Partito Comunista ma caduto in disgrazia e vittima della polizia segreta staliniana.

Il giovane procuratore, con la sua ingenua integrità etica, si muove tra terrificanti secondini e cinici commissari politici. Constatata la rete di abusi ed illegalità che sono alla base del sistema di potere, chiederà di portare la sua istanza di giustizia direttamente al Procuratore Generale.
A Mosca, dopo un’estenuante attesa, Kornev incontra l’alto magistrato Vyšinskij che sembra dargli ascolto.
La tensione narrativa ci porta all’amaro epilogo finale, in cui finalmente Kornev comprende la realtà dei tragici eventi che lo vedono protagonista, anticipati dalle donne vestite di nero, accalcate fuori dalle mura del lager, come un coro greco della contemporaneità: la grandezza di Sergei Loznitsa emerge quasi da ogni fotogramma di questa opera cupa ma essenziale.
