Mio zio Jens, primo lungometraggio del regista curdo-norvegese Brwa Vahabpour, è giunto nelle sale italiane il primo di Ottobre, grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione e con il patrocinio di Amnesty International Italy che ha addotto la seguente motivazione: “Tra battute e dialoghi arguti che suscitano molti sorrisi, Mio zio Jens racconta le dinamiche sempre più complesse dell’asilo in Europa e spiega da dove e perché il popolo curdo fugga.”.
Questo delizioso esordio nel lungo è un’opera brillante e delicata che, attraverso il rapporto tra un giovane cresciuto in Norvegia e lo zio arrivato dal Kurdistan iraniano, affronta – con ironia e sensibilità – il tema della migrazione ed il rapporto con le proprie radici.
Al centro della storia c’è Akam, un giovane insegnante di letteratura che conduce una vita tranquilla ad Oslo. Il suo equilibrio verrà improvvisamente sconvolto dall’arrivo di Khdr, lo zio giunto dalla regione iraniana del Kurdistan.
Nonostante condivida già un piccolo appartamento con alcuni amici, Akam si sentirà, infatti, moralmente obbligato ad ospitarlo per qualche giorno ma quella che sarebbe dovuta essere soltanto una breve visita di cortesia… si trasformerà ben presto in una tragicomica convivenza forzata, ben più lunga del previsto.

Tra incomprensioni, tensioni domestiche e situazioni dal risvolto comico, Akam comincia ad intuire che dietro l’arrivo dello zio si nasconde qualcosa di più profondo di una semplice visita familiare.
Una serie di rivelazioni ed eventi inattesi porterà così i due uomini a confrontarsi con il proprio passato, con le rispettive responsabilità e con il significato stesso di sentirsi a casa.
La regia e sceneggiatura del talentuoso Vahabpour alterna leggerezza e momenti più intimi, raccontando il difficile equilibrio tra le aspettative della famiglia, della società in cui si è scelto di vivere, delle tradizioni culturali familiari… ed il desiderio, profondamente umano, di poter scegliere liberamente come condurre la propria esistenza.
Al centro del film svetta anche il tema della condizione di chi si trova ad esistere a cavallo tra culture abissalmente distanti, essendo quindi obbligato a ridefinire costantemente la propria identità, il rapporto con le proprie origini ed il significato della parola “casa”.
Un ruolo fondamentale è poi affidato alla lingua, che nel film diventa molto più di un semplice strumento di comunicazione: rappresenta una forma di potere per chi la padroneggia, ma anche una fonte di fragilità per chi non riesce a esprimersi pienamente.
Traduzioni, fraintendimenti e parole che cambiano significato a seconda di chi le pronuncia o le interpreta diventano così parte integrante della relazione tra Akam e Khdr e del percorso identitario del protagonista.
«La lingua rappresenta il cuore del film – spiega il regista Brwa Vahabpour – È uno strumento di potere per chi la padroneggia, ma anche una fonte di vulnerabilità per chi non riesce a esprimersi pienamente. Mi affascinano i fraintendimenti linguistici e il modo in cui la traduzione, intenzionale o involontaria, possa modificare il significato delle parole e delle relazioni.
A volte capita di sentirsi stranieri perfino quando si parla la propria lingua madre. Attraverso il rapporto con lo zio, Akam scopre aspetti inediti della propria personalità, alcuni rassicuranti, altri più difficili da accettare, comprendendo quanto la lingua contribuisca a definire la nostra identità».
Vahabpour sceglie, inoltre, di affrontare il tema della migrazione da una prospettiva capace di accogliere anche l’umorismo e le contraddizioni della vita quotidiana, senza per questo attenuarne la complessità.
«Ho desiderato realizzare un film che fosse allo stesso tempo divertente e ricco di suspense, ma capace di accompagnare lo spettatore verso riflessioni sempre più profonde – dichiara – Le storie di migrazione sono spesso raccontate esclusivamente attraverso il dramma e la sofferenza; io volevo affrontare questo tema senza rinunciare all’umorismo. Il film riconosce le difficoltà che accompagnano chi è costretto a lasciare il proprio Paese, ma allo stesso tempo mette in luce la comicità che può emergere anche nelle situazioni più complesse e dolorose».

Per questo motivo, Cineclub Internazionale ha saggiamente deciso di mantenere entrambe le lingue parlate nel film senza doppiaggio in italiano, accompagnandole solo con i sottotitoli.
La permanenza di Khdr diventa così il punto di partenza di un percorso molto più intimo per Akam, costretto a interrogarsi sul rapporto con le proprie radici e su un’eredità che non è fatta soltanto di tradizioni e affetti. «La ‘visita’ di Khdr diventa il motore del percorso interiore di Akam, alla ricerca di un luogo in cui sentirsi davvero a casa. C’è chi eredita una casa; Akam eredita delle cicatrici: il segno del trauma collettivo e dello sradicamento vissuti dal suo popolo. Attraverso il loro incontro ho voluto raccontare come il confronto con le difficoltà dell’altro possa trasformarsi in un’occasione di crescita, fino a diventare parte integrante del proprio cammino umano».
Con uno sguardo affettuoso ma mai indulgente sui suoi personaggi, “Mio zio Jens” racconta così l’incontro e lo scontro tra due generazioni e due modi differenti di vivere l’appartenenza, trasformando una convivenza forzata in una storia universale sui legami familiari e sulla possibilità di trovare il proprio posto nel mondo.
Una visione estremamente consigliata.
