
La filmografia di Gus Van Sant si contraddistingue per la cronica e sistematica presenza di grandi occasioni sprecate. Pochi registi come lui hanno avuto a disposizione soggetti così interessanti e ricchi di potenziali: eppure l’autore olandese non ha mai saputo sfruttarli in pieno, dando sempre l’idea di essere lontano un passo dal realizzare un gran film. Alla stessa maniera, le enormi aspettative che ruotavano attorno a questo Milk – biopic su un personaggio a suo modo davvero rivoluzionario, una storia che si raccontava da sola – si infrangono contro la quasi totale assenza di trasporto emotivo, contro la freddezza e la superficialità di un regista che guarda sempre troppo alla forma e poco al cuore. Anche quando il soggetto sembra interessarlo da vicino.
D’altronde lo stesso era successo con Elephant o Last Days e in parte con Paranoid Park: lo “spettro” del suo lavoro più vuoto e formale, quell’inutile remake manierista di Psycho, lo insegue da sempre. Qui spreca un’occasione d’oro per parlare davvero al cuore: la storia di Harvey Milk, primo americano dichiaratamente omosessuale a ricoprire una carica pubblica, scorre tranquilla e un po’ scontata sui binari classici del biopic e a tratti si invoca persino quella retorica (spesso zuccherosa, ma assai efficace in queste occasioni) che tanto piace al cinema americano. Non a caso i momenti più intensi sono quelli delle orazioni di Milk, in cui la carica e la classe di Sean Penn si fanno sentire ed elevano l’opera e i cuori degli spettatori.
Già, Sean Penn. Perché se il film è comunque qualcosa da vedere lo si deve per gran parte a lui, in odore di Oscar e sempre stallone purissimo quando si tratta di interpretare personaggi dalla forte carica emotiva o fortemente simbolici. Eppure anche la sua prova perde di spessore nella trasposizione italiana: si consiglia vivamente di godersi il film in inglese, laddove possibile, per apprezzare appieno una recitazione da premiare. Senza dimenticare la presenza di comprimari di prim’ordine e di notevole bravura, quali Josh Brolin e Emile Hirsch (che Penn si è portato dietro dopo la sua splendida uscita da regista con Into the Wild), ma soprattutto James Franco, autore di una bella prova.
Van Sant sceglie di narrare la vita di Milk partendo dal suo trasferimento nel quartiere gay di San Francisco, quando era poco più che un commerciante, fino al giorno della sua tragica morte, passando per gli insuccessi (prima) e i successi (poi) alle elezioni politiche locali e nazionali. Le vicende private si mescolano solo in parte alla sua vita pubblica, ma sono forse quelli i momenti più puri e densi di un’opera freddina, che narra le marce, le battaglie e le vittorie di Milk come fatti storici da documentare e non come le lotte di un uomo profondamente coraggioso e non totalmente cosciente del grande cambiamento che la sua stessa presenza stava imponendo.
Rimangono insomma le prove attoriali, la bella fotografia, i movimenti di macchina e gli espedienti della sceneggiatura (che racconta per flashback). Al solito, tutta tecnica e poco sentimento. Quello emerge prepotente nel finale, ma è decisamente troppo tardi dopo due ore. Probabilmente per avere più cuore e meno testa ci sarebbe stato bisogno di un altro regista: una storia come questa lo pretendeva.



