Un nuovo sguardo sul Risorgimento

“Lo storico è un profeta che guarda all’indietro.”
August Von Schlegel

Giancarlo De Cataldo, I Traditori

Torino Einaudi 2010
Collana Stile Libero Big
pp. 584 – € 21,00

È lecito chiedersi perché in questo romanzo sull’epopea della nascente Italia Giancarlo De Cataldo non menzioni mai la parola Risorgimento? La risposta è palesata già dalle prime pagine de I Traditori, opera – se si vuole – “paradigmatica” della letteratura italiana di quest’inizio millennio.

L’autore, difatti, sfronda gli eventi che portarono all’Unità di quell’alone di eroismo post romantico e deamicisiano, mai completamente stigmatizzato dai nostri due massimi pensatori del Novecento – Gramsci e Croce – che ha costituito l’humus pedagogico e patriottico di svariate generazioni, almeno fino alla rivoluzione culturale sessantottina.

Trasformismo e mafia, velleitarismo rivoluzionario e opportunismo politico, ragion di stato e aneliti di ordine morale si intrecciano e si dipanano in un racconto corale in cui i protagonisti della Storia interagiscono con quelli fittizi in uno scenario assolutamente verosimile, scandito dagli accadimenti decisivi per la formazione dello stato unitario, dal 1844 al 1867, dalla clandestinità londinese di Mazzini ai moti del ’48, dalla Repubblica Romana e dalla prima guerra d’indipendenza all’affermazione di Cavour, dall’impresa disperata di Carlo Pisacane alla spedizione dei Mille e all’intervento francese nella seconda guerra d’indipendenza, dalla feroce repressione del brigantaggio da parte dei piemontesi, argomento troppo spesso obliato dai manuali scolastici, alla terza guerra d’indipendenza e fino alla presa di Roma.

La vicenda segue l’evoluzione personale e umana di svariati personaggi, tra cui il nobile veneziano Lorenzo di Vallelaura, una sorta di eroe senza patria, alla Foscolo, tradito dalla storia e traditore egli stesso della causa italiana, il quale, costituisce il perno della spy-story che caratterizza l’ordito della narrazione. Oggetto delle trame spionistiche Giuseppe Mazzini, “il Maestro”, descritto durante l’esilio inglese, negli avventurosi spostamenti nella penisola, sempre intento a incoraggiare utopie e rivolte, tuttavia “ritroso della prima linea”. De Cataldo non risparmia allusioni velate né valutazioni taglienti a carico del fondatore della Giovine Italia, del cinico Cavour, artefice dell’Italia, ma completamente a digiuno degli italiani, di Garibaldi, generoso e confuso, del re Vittorio Emanuele II, “mezza figura” della politica di quegli anni, e di Crispi e D’Azeglio, Farini e Ricasoli…

Insomma, si ha l’impressione che la realizzazione dell’Italia sia stata quasi un evento accidentale, e fortuito, visti gli intrighi e i tradimenti che emergono nel testo, e dati i ricorrenti giudizi “al vetriolo” sugli italiani, definiti “popolo di troie” e opportunisti: “E il popolo, quello vero, sta da un’altra parte. Sta alla finestra. Guarda, aspetta di vedere come si mettono le sorti della battaglia, si prepara ad accorrere in soccorso del vincitore”. Tante altre sono le notazioni che forniscono elementi atti a considerare I Traditori un impietoso affresco del presente. L’uguaglianza d’intenti tra Destra e Sinistra, gli insuccessi di quest’ultimo schieramento in situazioni assolutamente favorevoli, l’endemica diversità economica e culturale tra Nord e Sud, l’ingombrante presenza della mafia, sempre attaccata al carro dei vincitori, e perfino una citazione di Palazzo Grazioli, lussuosa residenza che ospita Lady Violet Cosgrave, uno dei caratteri femminili più spiccati, e altre dame…

E non manca neppure la denigrazione come strategia politica, ovvero quella che recentemente Roberto Saviano ha definito “la macchina del fango”. Quando Lorenzo di Vallelaura spia Mazzini a Londra per conto dei servizi segreti austriaci viene incaricato di diffondere tra i cospiratori la notizia che tra i patrioti ci siano “alcuni elementi inclini alla sodomia”. I continui cambi di scenario (Sicilia e Calabria, Londra e Milano, Torino e Venezia, Napoli e Roma…) contribuiscono a vivacizzare il ritmo della narrazione stimolando l’immaginazione del lettore, anche in prospettiva di un’immancabile riduzione per lo schermo, a cui il romanzo pare indirizzato data la ricorrenza dei 150 anni dall’unificazione.

Per quanto attiene alle descrizioni d’ambiente stimiamo specialmente quella della decadente società vittoriana rappresentata alla maniera di Dickens sia nei bassifondi che tra gli aristocratici e gli artisti, tra i quali ricordiamo il poeta Swinburne e il filosofo Thomas Carlyle, e ancor più apprezziamo un estenuato Dante Gabriele Rossetti, pittore preraffaellita ospitato pure sulla bella copertina del libro. In definitiva, De Cataldo riesce a rimodellare felicemente un “materiale” ostico quale quello risorgimentale promuovendo il piacere della lettura in virtù di un ritratto esemplare di una significativa varietà di personaggi, grazie al rigore documentario, che si avverte anche a un rapido esame, a una prosa moderna, agile e colorata, mai banale, riportando detta materia a una dimensione d’attualità che gioverà di certo agli studenti e ai loro insegnanti, e a tutti coloro i quali vorranno approfondire le ragioni della Questione Meridionale e del secolare distacco tra governanti e governati.