Gli ultimi giorni del Paradiso del cineasta portoghese João Nuno Pinto, al cinema dal 16 Aprile distribuito da Trent Film, è un’opera intensa, potente e stratificata che, attraverso un raffinato dispositivo narrativo, intreccia dramma familiare, tensione sociale e riflessione ambientale, dando vita ad un racconto corale di grande forza visiva ed emotiva.

Siamo in una lussuosa tenuta portoghese, nell’arida regione dell’Alentejo. Dopo la morte del patriarca e proprietario della suddetta, osserviamo – all’interno delle mura domestiche – i membri di una ricca famiglia borghese che, nella prima parte del film, sembrano muoversi all’unisono nonostante le evidenti (sempre più massicce) differenze che li contraddistinguono.

Intorno a loro, silenziosa ed apparentemente invisibile, la servitù osserva e muove i fili del quotidiano. Attraverso lo sguardo e i segreti di tre donne i cui mondi sembrano non comunicare mai, gli stessi eventi vengono vissuti e raccontati da prospettive inconciliabili.

Quando la minaccia di incendi alimentati dalla siccità bussa alle porte della tenuta, le fragili certezze si incrinano e gli equilibri di potere vacillano e gli individui si scontrano, consumati da rancori sopiti, avidità e spietate lusinghe capitalistiche che, in luoghi così desolati, suonano come il canto delle sirene.

Pinto ci dona un affascinante quanto inquietante e spietato rompicapo narrativo, una satira feroce sulle colpe della nostra società: la cronaca di un incendio, tanto letterale quanto metaforico, alimentato dall’egoismo umano.

L’afa asfissiante diventa, infatti, il personaggio principale della narrazione e la “neve” provocata dal poderoso, apparentemente indomabile e profondamente simbolico incendio, non può non ricordarci l’alieno killer silenzioso dello splendido quanto leggendario L’Eternauta.

Sullo sfondo della tragedia, si muove la servitù discreta – ma tutt’altro che passiva – che osserva ed influenza silenziosamente il corso degli eventi… mentre vive il proprio dramma familiare.

Il personaggio della giovane Susana (una splendida e bravissima Rita Cabaço), figlia della governante (interpretata dalla veterana – teatro, cinema, televisione e radio – artista portoghese Márcia Breia), dilaniata tra la progressiva demenza della madre e la necessità di trovare il denaro necessario per farla curare… costituisce, senza dubbio, il perno centrale della narrazione, in stridente contrasto con le viziatissime quanto benestanti sorelle ereditiere che sembrano vivere in un film di Antonioni, quasi interamente sconnesse dal mondo reale, incarnato in modo violento ed inesorabile dall’incendio.

Rita Cabaço e Márcia Breia
Rita Cabaço e Márcia Breia

La narrazione si costruisce, infatti, attraverso i punti di vista di tre donne i cui mondi si sfiorano appena, offrendoci prospettive divergenti degli stessi accadimenti e dando vita ad un intricato mosaico narrativo. Con l’avanzare della minaccia delle fiamme, alimentate dalla siccità (fisica ed interiore), le certezze crollano e i rapporti di potere si ridisegnano.

“Gli ultimi giorni del Paradiso” rappresenta al tempo stesso una satira feroce ed un racconto profondamente contemporaneo: la cronaca di un incendio, tanto reale quanto metaforico, alimentato dall’egoismo umano e da una visione predatoria del mondo.

Come le molecole d’acqua in un pentolone sul fuoco… i personaggi iniziano a rimbalzare l’uno sull’altro in modo caotico ed inconsulto, cercando di sfuggire all’ineluttabilità del destino che li attende mentre l’ambiente circostante si fa sempre più ostile e claustrofobico.

L’ostinazione della sorella “atletica” (un’affascinante ed assai misurata – persino nelle sue esplosioni isteriche più estreme – Beatriz Batarda) nel volersi avventurare nella terra desolata e riarsa dalle fiamme, rischiando lo svenimento per eccessivo calore e soffocamento… ci regala una scena al limite della perfezione.

«Il film nasce dal profondo desiderio di riflettere sulla catastrofe ambientale a cui stiamo assistendo» – ha dichiarato il regista João Nuno Pinto- «e riguarda, nella sua essenza, il fuoco, sia letterale che metaforico, nato da un pensiero predatorio, una mentalità che continua a dominare e a guidarci verso un abisso. Si tratta di una riflessione sulla fragilità: della terra, della società e delle connessioni umane.

È una storia nata in Portogallo, ma che parla in modo urgente della condizione globale che tutti condividiamo.»

Un’opera preziosa, una visione necessaria.