Don’t Let The Sun di Jacqueline Zünd, giunto il 21 Maggio nelle sale italiane grazie a Trent Film, è un’opera semplicemente ed inesorabilmente… potente.
Esordio cinematografico della cineasta svizzera Jacqueline Zünd, il film è stato premiato al Locarno Film Festival 2025 con il Pardo per la Miglior Interpretazione al protagonista maschile, l’attore e danzatore georgiano Levan Gelbakhiani nella sezione Cineasti del Presente.
Lo spettatore si trova di fronte ad una visione provocatoria e spietatamente lucida del nostro futuro imminente, segnato dal cambiamento climatico e da un profondo deterioramento delle relazioni umane.
In un futuro prossimo, il caldo ha reso impossibile vivere alla luce del giorno poiché l’atmosfera non è più in grado di proteggerci dal calore del sole; come conseguenza di ciò, le temperature estreme hanno costretto l’umanità a relegare la proprie attività outdoor alle ore notturne, trasformando quindi radicalmente non soltanto gli spazi ma anche le relazioni interpersonali.
Protagonista della storia è Jonah, un giovane che lavora per un’agenzia specializzata nel fornire “relazioni su richiesta” (servizio, peraltro, già esistente in Giappone nel 2026) ovvero sostituti affettivi a pagamento che debbono cercare di colmare il vuoto emotivo della società, sempre più incapace di sostenere legami autentici.
Un “giorno”, Nika riceve l’inaspettato incarico di fungere da padre per Nika, bimba assai intelligente ma chiusa e diffidente; questo incontro, fragile ed imprevedibile, incrinerà per sempre la sua esistenza. Mentre Nika, infatti, comincerà lentamente ad aprirsi, Jonah si vedrà costretto a confrontarsi con emozioni reali ed esistenze mai provate prima, giungengo a mettere in discussione l’intera architettura di finzione in cui ha sempre trovato rifugio.
Con uno sguardo lucido e profondamente contemporaneo, Don’t Let The Sun esplora il progressivo raffreddamento delle relazioni umane in una società iper-controllata, interrogandosi sul significato dell’intimità, sul bisogno di connessione e sulle forme sempre più ambigue che essa può assumere, imponendosi come un’opera prima di grande forza espressiva, capace di coniugare riflessione sociale e racconto intimo in una narrazione che parla direttamente al nostro tempo.
Girato tra Milano e Genova, con incursioni in Brasile – grazie di cuore alla coproduzione Lomotion – Casa delle Visioni – il film utilizza spazi architettonici fortemente identitari – come il complesso Monte Amiata nel quartiere Gallaratese – per costruire un immaginario visivo sospeso tra presente e futuro, in cui la dimensione urbana riflette la solitudine e la fragilità dei personaggi.

«Il film è una storia sulla natura fragile delle relazioni nella nostra epoca post-digitale», ha dichiarato la talentuosa regista Jacqueline Zünd; «Nella trama, non è il mondo digitale a creare distanza tra le persone ma le condizioni climatiche. La terra si è riscaldata a tal punto che le persone sono costrette a restare al chiuso durante il giorno.
Se il calore rende difficile stare bene nella propria pelle, come si può essere vicini a qualcun altro?
La storia apre riflessioni provocatorie sui legami umani: è sbagliato colmare il vuoto dell’intimità con una sua versione “sostitutiva”? Le relazioni a pagamento sono davvero meno autentiche di quelle spontanee? In fondo, ogni rapporto non è uno scambio?
Il film non cerca risposte, ma pone domande che toccano il cuore delle nostre fragilità».
Una visione preziosa quanto necessaria.
