Il cinema è noto come la Settima Arte e ci sono alcune pellicole che, dopo pochissimi istanti di visione, confermano al nostro cuore che tale definizione è assolutamente azzeccata.

Un poeta di Simón Mesa Soto, giunto nelle sale italiane il 26 Marzo grazie a Cineclub Internazionale Distribuzione ne è la prova tangibile.

Premio della Giuria Un Certain Regard alla 78° edizione del Festival di Cannes, questo ritorno alla regia del talentuoso regista colombiano (dopo il suo bellissimo esordio Amparo), il film narra la storia di Oscar Restrepo (l’esordiente insegnante Ubeimar Ríos in stato di grazia) che ha dedicato la propria intera esistenza alla poesia… ottenendo in cambio soltanto frustrazione, instabilità ed indigenza.

L’incontro con Yurlady, un’adolescente di umili origini (le scene dedicate alla famiglia di lei sono assolutamente perfette) dotata di un talento, istintivo e bruciante, per la scrittura, riaccenderà in lui la voglia di essere ciò che è: un poeta!

Parallelamente, Oscar cerca di riconquistare terreno nel suo dissestato rapporto con la figlia Daniela che vive con la sua ex-moglie e lo considera totalmente inaffidabile, specialmente per una ragione che non ho ancora menzionato: come nella migliore tradizione bukowskiana (il regista ce lo rivela visivamente più volte all’interno della narrazione)… il nostro poeta è anche alcolista!

Le tre generazioni della medesima famiglia che si relazionano (Oscar vive con l’anziana madre di cui si prende cura – anche se, spesso e volentieri – sembra essere lei a coccolarlo come se lui fosse un Oblomov di 12 anni), specchiandosi l’una nell’altra, varrebbero da sole il prezzo del biglietto…ma in Un poeta c’è molto di più. Siamo, infatti, di fronte ad un trattato di filosofia esistenziale sull’individuo ed il suo rapporto con gli altri, con il capitalismo, con il mondo… mascherato da commedia agrodolce.

La scena della cena conclusiva del Premio di Poesia evoca, pur senza mostrarlo, un orrore pari a quello esplicitato nella festa a sorpresa in quel capolavoro di Brian Yuzna intitolato Society.

«È cominciato tutto con una mia domanda profondamente intima: e se avessi fallito nell’arte?» – spiega il regista Simón Mesa Soto – «Fare cinema in Colombia è incredibilmente difficile, e dopo il mio primo lungometraggio ho seriamente pensato di smettere. Mi sono immaginato a cinquant’anni, a guadagnarmi da vivere come insegnante – cosa che, in effetti, è ancora il modo in cui pago le bollette – e a sopravvivere grazie ai ricordi idealizzati di una vita passata creando arte.

Volevo anche esplorare anche l’arte dall’interno: cosa significa creare, i limiti che impone, i compromessi che richiede. Il film è nato da una certa stanchezza nei confronti del meccanismo dell’arte, e dal mio desiderio di fare qualcosa di libero, sgangherato, con uno spirito quasi punk. È stato un modo per riconnettermi con ciò che il cinema significava per me un tempo. Poi, invece di ritrarre me stesso come regista, ho scelto la figura di un poeta, perché essere poeta è, se possibile, ancora più utopico.».

Un poeta è tra i film più belli che ci abbia regalato questo 2026. Una visione preziosa.