Nel corso della sua 20ª edizione, la Festa del Cinema di Roma 2025 ha assegnato il Premio alla Carriera a Jafar Panahi, tra i maggiori registi della storia del cinema iraniano e uno dei più grandi autori contemporanei.
Panahi, premiato in tutti i più importanti festival internazionali – da ultimo quello di Cannes, con la Palma d’Oro per Un simple accident, nei cinema italiani dal 6 Novembre grazie a Lucky Red, ha ricevuto il riconoscimento in occasione della proiezione del film nella prestigiosa Sala Sinopoli dell’Auditorium “Ennio Morricone”. Il Premio è stato consegnato dal premio Oscar® Giuseppe Tornatore.
Come giustamente affermato dai curatori della Festa di Roma, Panahi “offre l’ennesima testimonianza di un’idea di cinema straordinariamente vitale, capace di coniugare impegno civile, sperimentazione formale e una libertà d’invenzione probabilmente senza pari”.
L’ultima opera, un racconto morale sotto forma di commedia, conferma la capacità dell’allievo di Kiarostami di descrivere al tempo stesso la realtà del suo Paese – sempre drammatica anche se qualcosa sembra cambiare – e le sfumature psicologiche che presiedono alle scelte e alle azioni dei cittadini iraniani, posti quotidianamente di fronte a situazioni scabrose.
Dalla lapidaria sinossi ufficiale – “Un semplice incidente diventa la scintilla di una catena di conseguenze sempre più travolgenti” – non si coglie, volutamente, la complessità e la raffinatezza della sceneggiatura, firmata dallo stesso Panahi. Che parte dal banale incidente del titolo per collocare i suoi personaggi in una situazione apparentemente paradossale, ma in realtà corrispondente alla quotidianità del popolo iraniano, sempre combattivo, coraggioso, profondamente umano.
Un gruppo di cittadini di Tehran, formatosi in modo del tutto casuale, si imbatte in una losca figura, Eghbal detto “Gamba di legno” per via della protesi ortopedica eredità della sua partecipazione nella terribile guerra civile siriana, ora agente del regime degli Ayatollah responsabile di atroci misfatti ai danni di civili innocenti.
La rabbia e l’indignazione suscitata nel gruppetto formato da un meccanico, una coppia di sposi, un negoziante e una fotografa di matrimoni è vibrante e porta a interminabili discussioni, com’è nelle corde di quel popolo, appassionato e passionale, dotato di impetuosa facondia… Nella vicenda si intrecciano le tendenze e le opinioni di ciascun personaggio, con accenti schiettamente umoristici malgrado la tensione che si respira.
Significativo il siparietto con due agenti di polizia che osservano divertiti l’agitarsi dell’insolita congregazione e, alla fine, dopo una blanda ispezione del furgone al cui interno si cela il dramma, pensano bene di chiedere un “contributo” che, mancando i contanti, viene versato loro via pos!
Una scena in cui le ben note pratiche vessatorie degli apparati statali sono mostrate in ridicolo: è una delle chiavi di lettura di tutta l’opera di Panahi e dei numerosi altri registi dissidenti. Cercare di restituire un po’ di umanità agli aguzzini, che restano pur sempre persone, magari costrette dalle circostanze – come ammette Eghbal, inizialmente arrogante e sicuro di sé – a svolgere quel ruolo.

Nell’incontro con la stampa, Jafar Panahi ha dichiarato che il suo intento è quello di descrivere la realtà dell’Iran e della sua società, in cui nessuno è completamente buono o cattivo ma di cui tutti fanno parte in un modo o nell’altro: le scelte di ogni cittadino sono conseguenza diretta o indiretta di un sistema basato sull’arbitrio e sulla violenza, rispetto al quale il tema del perdono diventa marginale.
“Fortunatamente – dice Panahi – gli iraniani riescono a fare dell’ironia sulle cose serie, addirittura raccontano barzellette in situazioni tragiche”; ciò che il regista vuole mettere in luce è il cambiamento, l’evoluzione che gli iraniani sono capaci di attuare nonostante la cappa di un regime opprimente.
Un esempio eclatante è il mostrare una donna senza ḥijāb: “Molte cose sono cambiate in Iran, molti limiti sono stati superati”, ha concluso il maestro.
“Prima non sarebbe stato realistico mostrare una donna senza velo per le strade ma oggi, dopo il movimento Donna, Vita, Libertà, accade che le donne appaiano senza velo e finzione sarebbe il non mostrarlo”.
