Assistiamo ad una narrazione poligonale nel lungometraggio di esordio di Nora Jaenicke, regista e sceneggiatrice italo-tedesca fondatrice dell’Elba Film Festival e dei Nostos Screenwriting Retreats.
Nel attuale mercato cinematografico italiano, molto ristretto ed esageratamente spinto verso le produzioni nordamericane mainstream (l’underground italiano ribolle di lava rovente, ricolma di talento, che trova assai di rado, una via d’uscita verso la superficie) gli esordienti vanno sempre protetti come dei panda unicorni ma a patto che osino, portando avanti un messaggio coerente e solido.
Posto ciò, Isola di Nora Jaenicke, presentato in anteprima italiana al Torino Film Festival 2025 nella sezione Zibaldone, ci confrontiamo con il primo lungo di una cineasta cui le divinità cosmiche hanno concesso una rara opportunità: una protagonista dalla fotogenia esagerata ed una coprotagonista dal talento oceanico, benedette dal miglior Direttore della Fotografia italiano della mia generazione nonché prima donna italiana ammessa in The American Society of Cinematographers (ASC): la talentuosa Valentina Caniglia!
Una narrazione poligonale, quindi, quella di Isola poiché si oscilla costantemente tra un quadrato, ai cui vertici stanno i quattro attori (due uomini e due donne: i primi totalmente inutili, le ultime fondamentali): la divina Fanny Ardant, la bellissima ed iper-fotogenica Joanna Kulig, Marco Rossetti e “marito anziano morente”… ed un triangolo che potremmo sintetizzare con: Lei, l’Altra ed il Vulcano (il montaggio miope insiste nel ricordarci, fin troppo spesso, la presenza di tale elemento naturale, mancando però completamente di enfatizzarne l’importanza narrativa).
Teatro e Cinema sono arti collettive ma assai distanti. Teatro odia la macchina da presa (quando viene filmato, il risultato è insopportabile nel 98% dei casi), mentre Cinema. fa del buon sesso con la suddetta, sempre e comunque.

Nella sceneggiatura di questo film, scritta teatralmente dalla stessa Nora Jaenicke, si perpepisce un effetto “lost in translation” dovuto proprio alla discrepanza tra il linguaggio teatrale e quello cinematografico.
Il linguaggio del Cinema è il montaggio.
Un film, infatti, non viene mai girato in sequenza dalla prima all’ultima scena secondo la linea dettata dalla sceneggiatura. Se, quindi, il montatore non è abile o il regista non riesce a trasmettergli la propria visione solida e coerente… il risultato finale risulta indebolito.
Fanny Ardant, classe 1949 ed un carisma che buca lo schermo ad ogni inquadratura, è perfetta per il ruolo dell’inquietante badante-governante del marito morente.
Joanna Kulig, quasi una dilettante al confronto, regge bene il difficilissimo ruolo di giovane moglie inchiodata, in un’immensa casa priva di amore, dalla malattia del marito divenuto emotivamente un estraneo.
La musica, abilmente armonizzata con l’esperienza visiva e la fotografia (quasi un personaggio a sé in questo dramma al femminile) fanno percepire l’eco di Persona del sommo Ingmar Bergman, fuso ad un’atmosfera tipica di un certo cinema drammatico europeo anni ’70 che privilegiava la tensione tra i personaggi, con intensi scenari naturali a fare da potente sfondo silente.

La scena in cui le due protagoniste finalmente si confrontano, in modo dinamico e quasi violento ma sempre represso, enfatizzata dalle inquadrature ravvicinate e dalla luce quasi urlata sui loro volti, è potente e coinvolgente, al punto da far passare i dialoghi in secondo piano.
La sequenza, però, che marca il passo ed avvince lo spettatore lasciandolo senza respiro è quella del pasto nel bosco; i vestiti delle due donne – in particolare l’abito rosso di Fanny Ardant – si fondono con i colori del fogliame e sembra quasi che la natura le avvolga entrambe, all’interno di un potente momento di riscatto esistenziale, sancito da un abbraccio eterno.

Nota dolente: la dizione della Kulig in lingua inglese non regge la prova e sarebbe stato decisamente meglio se si fosse deciso di doppiarla o – tema ancora troppo scandaloso per il cinema italiano – farla recitare in polacco, sua lingua madre, opponendolo al francese dell’Ardant. Ne sarebbe uscito un contrasto forte, apparentemente stridente forse ma perfettamente in linea con le intenzioni dichiarate dall’autrice in sceneggiatura e l’opera ne avrebbe giovato immensamente.
Vi consiglio di vedere il film sul grande schermo, considerando la prima ora quasi come un preludio, discontinuo ma gioioso, alle meraviglie che giungeranno, come un lieto e gustoso dulcis in fundo verso il finale.
Menzione speciale per il Direttore della Fotografia Valentina Caniglia cui auguro, in un futuro prossimo, un tangibile riconoscimento a Cannes o a Berlino perché una luce ed una fotografia belle come le sue… il cinema italiano non le vedeva da decenni.
Chapeau!
