Per celebrare i primi ottant’anni di vita di uno dei più straordinari e talentuosi musicisti italiani, Fandango Distribuzione ha portato in sala il bel documentario Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco, scritto e diretto da Cristiana Mainardi e presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2025.
Malgrado l’importanza di Mauro Pagani per la scena musicale del nostro paese (lungo un arco temporale di quasi mezzo secolo), è soltanto grazie alla passione di Domenico Procacci e della sua factory (Fandango è anche casa discografica) che gli spettatori italiani possono conoscere l’incredibile parabola artistica di quest’uomo geniale.
Un’esistenza votata alla musica, quella di Pagani: dal padre flautista nella banda del paese di Chiari (provincia di Brescia) al successo come deus ex machina della più grande rockband italiana, la Premiata Forneria Marconi, fino alle collaborazioni prestigiose – Fabrizio De André su tutti – con innumerevoli altri musicisti.
Spirito libero e ribelle, animato dall’esigenza di sognare un mondo migliore per tutti, ha incarnato alla perfezione l’anima degli anni Settanta – ha suonato con la PFM dal 1970 al 1977 – portandola dentro un afflato creativo che si è trasformato in quello che può essere considerato il primo disco di world music in Italia: Crêuza de mä di Fabrizio De André, scritto a quattro mani con Pagani.
Il percorso di questo raffinatissimo polistrumentista è sembrato interrompersi qualche anno fa, a seguito di un ictus che gli ha procurato la perdita temporanea della memoria: all’improvviso, tutto ciò che ha vissuto è scomparso dalla sua mente.

Il film di Cristiana Mainardi parte proprio da lì: “Per ricostruire la sua vita, il Maestro riascolta dischi e chiama amici, artisti e colleghi. L’esito è una biografia schietta e poetica, profonda e divertente, svincolata dal filo cronologico, dove si leva insieme a quella di Pagani anche la voce del Fuggiasco, immaginario compagno di una vita”.
Andando non so dove è infatti un intenso “viaggio nel profondo dell’anima e attraverso decenni di musica straordinaria, tra successi e impegno sociale. Con la gratitudine e la saggezza di chi è ‘vivo per caso’ e ha uno sguardo sull’oggi denso di desiderio, oltre a nuova musica da creare.”.
Oltre ai magnifici materiali di repertorio, il documentario si avvale delle testimonianze, in alcuni casi splendide complicità umane ed artistiche, di una sfilza eterogenea – come eterogenea è stata la carriera musicale di Mauro Pagani – di musicisti: da monumenti come Dori Ghezzi ed Ornella Vanoni a rocker come Ligabue e Manuel Agnelli, da Giuliano Sangiorgi già Negramaro all’etnico Badara Seck, fino a Mengoni, Mahmood ed Arisa.
La genesi del film ce la racconta la regista: “Nella prima infanzia, in una cascina della Bassa Padana appoggiata nel nulla di una distesa di campi, mia madre suonava il 45 giri di Impressioni di settembre e sulle note di quella musica ipnotica il mio sguardo fuori dalla finestra vedeva la bruma del primo mattino appoggiata sulla terra, un’immagine straniante e indelebile.”.
Per Mainardi, l’incontro personale con Pagani accade “per lavoro molti anni più in là, a Milano, dove fare musica e cinema non può prescindere dalla conoscenza del Maestro e di quel luogo sui Navigli che ha creato, le Officine Meccaniche, crocevia di talenti”.
Con il supporto di Silvia Posa, sua compagna di vita e di lavoro, la voce di Mauro Pagani torna a farsi sentire intessendo la trama di una memoria condivisa, al di là degli steccati generazionali.
Un piccolo grande film, da vedere senz’altro.
