Giunto nelle sale italiane il 9 Luglio, grazie alla lungimiranza di I Wonder Pictures, L’hangar rosso di Juan Pablo Sallato, presentato in anteprima nella sezione Perspectives della Berlinale 2026, ci offre un Nicolás Zárate in stato di grazia, abbracciato e protetto da una sceneggiatura in cemento armato.
Ben prima del tragico 9/11 2001 che scosse l’Occidente… ce ne fu uno ben più atroce e da molti ormai dimenticato: l’11 Settembre 1973, in Cile: quello fu il sanguinoso giorno del colpo di stato, messo in atto da parte dell’esercito e della polizia nazionale, che rovesciò il governo democraticamente eletto presieduto da Salvador Allende e diede inizio ad una brutale repressione, costellata da atroci torture ed efferati omicidi.
L’Hangar Rosso fu teatro di indicibili orrori e Sallato, memore della lezione del sommo maestro Hitchcock ce le fa soltanto intravedere, distruggendoci l’animo con i suoni off-camera e quei dialoghi cesellati con perizia sopraffina.
Il film narra le vicende del capitano Jorge Silva, ex capo dell’intelligence dell’Aeronautica, che – nonostante abbia apparentemente rinunciato alle missioni speciali – viene incaricato di trasformare l’Accademia in cui sta addestrando i giovani cadetti in un centro di detenzione e tortura.
Mentre gli hangar si riempiono di prigionieri e la repressione diventa sempre più brutale, Silva si ritroverà di fronte ad un terrificante bivio: obbedire agli ordini dei golpisti, appoggiando attivamente e fisicamente il nuovo regime o disobbedire ai suddetti, passando dall’altra parte della barricata.
Una narrazione così complessa sarebbe stata, probabilmente, impossibile da mettere sul grande schermo senza la faccia scolpita e lo sguardo impenetrabile di un incredibile Zárate (Il capitano Jorge Silva, ex capo dell’intelligence dell’Aeronautica Militare cilena) e della sua luciferina controparte, il Colonnello Jahn, incarnata mirabilmente dal bravissimo Marcial Andrés Tagle Concha, attore feticcio del grandissimo Pablo Larraín che, nei panni dell’efferato quanto folle gerarca sterminatore, ci terrorizza sin dalla sua prima posa.

Ispirato a fatti realmente accaduti e girato con stile asciutto e preciso, L’Hangar Rosso è un thriller politico teso e avvincente, un dramma umano di straordinaria intensità che esplora il conflitto morale di questi uomini, intrappolati negli ingranaggi del potere proprio al momento in cui la Storia li costringe a scegliere da che parte stare.
Girandolo, mirabilmente, con un bianco e nero suggestivo ed inquadrature strette che incalzano direttamente i protagonisti ed indirettamente noi spettatori, aumentando in tal modo, indicibilmente, la palpabile tensione sino al devastante finale… Juan Pablo Sallato ci regala 83 serratissimi minuti di grandissimo cinema.
«L’Hangar Rosso è un film sulla disobbedienza. Parla di un uomo addestrato ad obbedire, che si trova di fronte all’esatta soglia in cui gli ordini si trasformano in crimini. Volevo filmare la reclusione, non solo quella fisica, ma quella etica. La macchina da presa attraversa corridoi in cui i non detti risuonano più forte delle urla. Non ci sono eroi.
Solo uomini intrappolati tra la logica militare e il peso della propria coscienza.Ispirato a fatti realmente accaduti, L’Hangar Rosso offre uno sguardo dall’interno: un thriller sobrio, in bianco e nero, dove la tensione non risiede nel colpo di stato in sé, ma nei secondi che precedono la decisione di farne o meno parte».
