Robin Hood – Il prezzo del sangue, titolo originale The Death of Robin Hood, è una rilettura sorprendentemente cupa, crepuscolare e disillusa del mito di Robin Hood, un film che abbandona quasi completamente l’immaginario dell’eroe romantico, dell’arciere infallibile e del nobile fuorilegge per concentrarsi sull’uomo nascosto dietro la leggenda.
Diretto da Michael Sarnoski e prodotto da A24, il film è giunto nelle sale italiane il 12 Agosto grazie ad I Wonder Pictures e prende ispirazione dalla ballata medievale Robin Hood’s Death per costruire un racconto molto distante dalle versioni più popolari del personaggio.
Qui non ci sono la Sherwood da fiaba, le allegre scorribande nella foresta o un Robin Hood eternamente giovane ed invincibile.
Nel 1247, in una Britannia gelida, fangosa e violenta, Robin è ormai un uomo consumato dagli anni, dalle razzie e dalle uccisioni. Al fianco di Little John, Robin è diventato l’ombra del fuorilegge celebrato dalle ballate: un uomo che porta sul corpo e nella mente il peso di una vita costruita sulla violenza.
Dopo essere rimasto quasi ucciso in battaglia e aver ricevuto le cure di Suor Brigid, una misteriosa priora, Robin è costretto a confrontarsi con ciò che rimane della propria esistenza e soprattutto con la distanza ormai enorme tra l’uomo che è stato e il mito che gli altri hanno costruito intorno a lui.
È proprio questa distanza a rappresentare l’aspetto più interessante del film. Sarnoski non sembra particolarmente interessato a raccontare una nuova avventura di Robin Hood, quanto a chiedersi cosa possa esserci dietro una leggenda quando il protagonista non è più un eroe, quando le battaglie sono finite e quando resta soltanto il bilancio delle proprie scelte.
Robin non è un santo, né un rivoluzionario romantico nel senso tradizionale del termine: è un uomo che ha ucciso, saccheggiato e combattuto per anni e che deve fare i conti con le conseguenze di ciò che ha fatto. Il film mette così in discussione il meccanismo stesso attraverso cui nasce una leggenda: la storia trasforma la violenza in epopea, gli uomini in simboli e le loro contraddizioni in racconti capaci di sopravvivere per secoli.
Ed è proprio qui che Robin Hood – Il prezzo del sangue riesce ad essere più interessante del semplice revisionismo. Il film non si limita, infatti, a demolire il mito ma suggerisce che una leggenda possa assumere un valore indipendente dall’uomo che l’ha generata. Robin può essere stato un assassino, un razziatore ed un uomo tutt’altro che innocente ma ciò non impedisce alla sua storia di diventare qualcosa di più grande di lui.

Gli uomini hanno bisogno di simboli, di racconti e di figure capaci di rappresentare una speranza, anche quando la realtà dietro quei simboli è molto più sporca e complessa. La contraddizione non viene risolta: è proprio quella contraddizione a costituire il cuore del film.
Hugh Jackman è probabilmente il motivo principale per cui questa operazione funziona. È perfetto nei panni di un Robin ancora fisicamente imponente, ma profondamente segnato dall’età e dalla sofferenza. Non interpreta semplicemente un eroe invecchiato: interpreta un uomo consapevole di essere arrivato alla fine del proprio percorso. La sua presenza fisica rimane imponente, ma è continuamente attraversata da una stanchezza quasi esistenziale. Ogni gesto sembra appartenere a qualcuno che ha combattuto troppo a lungo e che non ha più nulla da dimostrare. Jackman riesce così a trasformare Robin in una figura dolente e ambigua, più vicina a un uomo che cerca una forma di espiazione che all’eroe d’avventura che il pubblico conosce.
Anche il resto del cast contribuisce alla riuscita dell’operazione. Bill Skarsgård, nei panni di Little John, offre una versione molto lontana dall’immagine folkloristica del fedele compagno di Robin, mentre Jodie Comer nei panni di Suor Brigida, rappresenta uno dei principali punti di equilibrio emotivo e morale della storia. Il film trova quindi la propria forza non tanto nelle dinamiche spettacolari quanto nei rapporti tra personaggi e nella progressiva messa a nudo delle loro ferite.

Sul piano visivo, Sarnoski – cui dobbiamo anche la sceneggiatura di questo film – costruisce un Medioevo sporco, freddo, fangoso e privo di qualsiasi romanticismo. La fotografia evita deliberatamente l’estetica patinata di molte produzioni medievali e restituisce un mondo ostile, dove la sopravvivenza sembra essere una condizione quotidiana più che un elemento della trama. È una scelta coerente con l’intero progetto: questo non è il Medioevo della leggenda, ma quello dell’uomo che avrebbe potuto generarla.
Il ritmo è volutamente lento e contribuisce a spostare il film verso il dramma esistenziale più che verso l’avventura. È una scelta coraggiosa, ma anche il principale limite della pellicola. Chi entra in sala aspettandosi spade, assalti, foreste, inseguimenti e un Robin Hood nel pieno della propria leggenda potrebbe rimanere spiazzato. Il film richiede pazienza e soprattutto la disponibilità ad accettare che il mito sia soltanto il punto di partenza per raccontare qualcosa di molto più malinconico. Nella seconda parte, inoltre, alcuni concetti vengono dilatati oltre il necessario e momenti che avrebbero potuto avere una maggiore forza finiscono per risultare fin troppo insistiti.
Interessante anche il cambio di registro che accompagna la seconda metà del racconto: il film progressivamente abbandona la dimensione del viaggio e della fuga per concentrarsi sulla ferita, sul passato e sul confronto con ciò che Robin è stato e sulla guarigione. È quasi come se anche la regia restringesse progressivamente il proprio campo visivo, spostando il centro della storia dalla figura pubblica di Robin Hood all’uomo che esiste dietro quel nome. Una scelta che rafforza il tema fondamentale del film: la morte dell’eroe e la sopravvivenza del mito.
Non vediamo, quindi, una versione moderna del Robin Hood di Errol Flynn né di quello della Disney; non si cerca neppure di riproporre, per l’ennesima volta, la formula del fuorilegge nobile che combatte lo Sceriffo di Nottingham. Questo è un film sul rimorso, sulla vecchiaia, sulla violenza e, soprattutto, sulla trasformazione della memoria in leggenda. La storia di Robin Hood non viene, infatti, narrata a partire dal momento in cui è diventato un eroe ma piuttosto quando l’uomo che ha vissuto quella vita è ormai prossimo alla fine ed è costretto a confrontarsi con ciò che gli altri hanno deciso di ricordare di lui.
Non sempre equilibrato, a tratti eccessivamente lento e violento , certamente poco adatto a chi cerca una tradizionale avventura medievale, il film rimane però un’operazione sorprendentemente ambiziosa. Hugh Jackman gli conferisce una presenza drammatica enorme e riesce a dare profondità a un personaggio che avrebbe potuto facilmente trasformarsi in un semplice esercizio di revisionismo. Sarnoski, invece, prova a interrogarsi su una questione più interessante: quanto può essere lontana la leggenda dalla verità e, soprattutto, se sia davvero necessario che un mito sia nato da un uomo buono per poter rappresentare qualcosa di buono.
Alla fine, Robin Hood – Il prezzo del sangue non è tanto un film sulla vita di Robin Hood quanto sulla sua morte: la morte dell’uomo dietro il nome, dell’eroe dietro il fuorilegge, della realtà dietro la ballata. E proprio nel momento in cui Robin smette di essere il personaggio invincibile che abbiamo imparato a conoscere, il mito sembra finalmente diventare immortale.
