
Libano, 16 Settembre 1982. Le milizie falangiste cristiane libanesi, sotto il (finto) controllo delle forze armate israeliane, entrano nei campi profughi di Sabra e Shatila per vendicare l’uccisione di Bashir Gemayel, futuro presidente palestinese. Sarà un massacro, su cui tuttora è difficile stabilire cifre esatte (si va dai 500 ai 3500 morti, a seconda delle stime). Ari Folman prova a tracciare una sorta di ricostruzione a metà strada tra il mockumentary, il documentario a tesi e il film drammatico, senza dimenticare la scelta di utilizzare l’animazione per dare un tono onirico al racconto.
Valzer con Bashir narra quella storia dal punto di vista dei suoi testimoni più diretti, i soldati israeliani che facevano da “anello” attorno alle truppe palestinesi impegnate ad invadere i campi. Lo fa ponendo come protagonista un ex-soldato ora regista, che a seguito dello shock che quegli eventi hanno provocato in lui, non ricorda più nulla di quei mesi. Decide quindi di intervistare i suoi amici ed ex-commilitoni alla ricerca di informazioni che possano ricostruire il quadro degli eventi e la sua memoria e che soprattutto diano un senso alla visione notturna che lo perseguita da mesi.
Il massacro di Sabra e Shatila è quindi solo il punto di arrivo: di racconto in racconto, di ricordo in ricordo, si ricostruisce l’atmosfera che dominava le fila israeliane durante quella guerra. Ma qui si va schiantare suo malgrado il film: troppo a lungo si rimane poco coinvolti da una storia narrata in fondo in maniera alquanto asettica, incapace di coinvolgere veramente. D’altronde raccontare la guerra in maniera originale e toccante alla stessa maniera è impresa sempre risultata ardua al cinema. Valzer con Bashir di originalità ne ha tanta, ma riserva il vero impatto emotivo solo per alcune sporadiche scene (la maggior parte delle quali di matrice onirica, peraltro) e per la sequenza finale, di grande spessore, che lascia lo spettatore a riflettere sui titoli di coda, con la sensazione di avere avuto di fronte il capolavoro tanto atteso.
Ma è troppo poco e si poteva essere ben più incisivi. Bene l’idea delle interviste; originale l’impianto della trama e l’illustrazione di certe sfumature della guerra toccate dai primi racconti; ottima la scelta di uno stile d’animazione che sacrifica il realismo a vantaggio dei significati metaforici (i fondali volutamente piatti esaltano i personaggi in primo piano, conferendo loro una tridimensionalità simbolo di quella unicità dell’essere umano che la guerra vuole invece appiattire e cancellare). Ma volendo fare un paragone col film di genere di più recente fattura, quel Persepolis ammirato lo scorso anno, la differenza fra capolavoro e film impegnato più sull’estetica che sul contenuto appare evidente.
Attenzione, stiamo comunque parlando di un film complesso, ricercato e da non perdere, consigliabile a tutti (seppure apertamente schierato dal punto di vista storico-politico), specie oggi che l’uscita nelle nostre sale coincide tristemente con i nuovi fatti di sangue in Medio Oriente. Ma ad ogni modo, se questo è il candidato all’Oscar più temibile per il nostro Gomorra, Garrone può dormire sonni tranquilli.



