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Sin dall’inizio della sua carriera (quando ancora batteva il suolo italico), Gabriele Muccino ha sempre potuto “vantare” un nutrito stuolo di critici (tra la stampa ma anche tra il suo pubblico) che lo aspettavano al varco: Come te nessuno mai era solo un piccolo e onesto filmetto adolescenziale (ma mille volte meglio dei recenti esempi di genere); L’ultimo bacio fu anche criticato, ma nel panorama del cinema italiano contemporaneo rappresenta ancora qualcosa; Ricordati di me ne seguiva la scia con minore risultato; infine arrivò il successo internazionale col toccante La ricerca della felicità. Tutte opere discrete (o più che tali) ma mai totalmente convincenti. Ora, con Sette anime, Muccino è giunto al tanto atteso varco, ma che a distruggerlo fosse prima la stampa americana era davvero imprevisto.

Anzi, che oltreoceano lo abbiano distrutto è dire poco: successo di pubblico a parte (ma c’è Will Smith sulla locandina e gli americani guardano solo i nomi del cast), la critica USA lo ha letteralmente preso a sassate, come non si vedeva da decenni, parlando di “film peggiore degli ultimi anni” e altri giudizi similari. Si può quindi intuire la tragedia, ma non se ne può comprendere la portata senza aver visto il film. Certo, i toni della stampa americana sono stati esagerati e chiaramente ispirati dalla suddetta sindrome dell’attesa al varco (in fondo Sette anime è bruttarello né più e né meno di tanti altri film che si vedono ogni anno, anzi ogni mese); e nemmeno si può gettare la croce addosso alla regia di Muccino, comunque attenta e dai movimenti azzeccati e calibrati; così come non si può biasimare l’arte di Smith, che sa regalare espressioni preziose nei momenti di depressione e sconforto del suo personaggio; ma una sceneggiatura così assurda, disordinata, noiosa, spocchiosa, pretenziosa… ecco, quella non la si vedeva davvero da anni.

Anche perché lo spunto della trama poteva davvero essere foriero di un’ottima discussione sulla vita e la morte, sulla redenzione dell’anima e sull’importanza delle relazioni interpersonali. E lo si poteva persino dire assai originale. Protagonista è un agente del fisco che distrugge la vita di sette persone (solo alla fine si capisce come, ma è facilmente intuibile) e decide di scovarne altre sette bisognose di aiuto, per donare loro tutto se stesso. I suoi piani calcolati finiranno alla deriva quando si innamorerà di una di loro (interpretata da “faccia da pianto” Rosario Dawson).

Lo script sposa lo stile alla Guillermo Arriaga, sovrapponendo presente e passato per metà film, ma non carpisce la lezione fondamentale del maestro messicano: l’importanza della chiarezza. Tutto si sovrappone, tanto si confonde, poco si capisce. E quando, dopo un’ora di film, si comincia a percepire dove si sta andando, tutto appare persino troppo chiaro, si intuisce al volo il finale e le intenzioni tutto sommato banali del protagonista. E comincia la noia. Perché se fino ad allora il ritmo riesce a tenere, l’ultima ora è il compendio perfetto del drammone zuccheroso, strappalacrime, noioso fino alla morte, in perfetto stile “Hollywood della mezza età” (vedasi il recente Come un uragano per farsi un’idea).

Ciò che non si comprende è come si possa decidere di abbandonare altri 6 personaggi (peraltro ben più interessanti di quello interpretato dalla Dawson – uno per tutti il cieco interpretato da un ottimo Woody Harrelson), lasciando superficialmente sospesa la loro introspezione: un’imperdonabile occasione sprecata per creare un film corale di grande spessore, con tanti personaggi dal forte potenziale. Ma probabilmente era una sfida troppo complicata per un regista giunto al varco.