
Quando non si dispone di idee chiare e quando queste sono poche ma confuse si rischia di fare sempre un cattivo lavoro. Se non altro, un lavoro superficiale e generico. È quanto accade a Peter Del Monte e al suo Nelle tue mani: classico film drammatico all’italiana, incentrato esclusivamente sui personaggi, con venature dozzinali di mistero, regolato da dinamiche improbabili e sospeso in un mondo fuori dalla realtà. Lo salva solo parzialmente l’ottima prova (a sorpresa) della protagonista Kasia Smutniak, che delinea con grande professionalità i tratti di un personaggio affatto semplice.
Lei è una ragazza dalla mente tormentata, chiaramente psicolabile e anche violenta: ma è capace di celare questo suo io più segreto, che emerge solo nei momenti di crisi. L’incontro con il lui della sua vita (Marco Foschi) avviene per caso: lei lo investe con l’auto e da quell’incontro nascerà una storia d’amore con tanto di figlia. Ma lo squilibrio mentale di lei porterà i due alla separazione, le strade dei due si divideranno e quella della donna finirà sempre più verso il vortice dell’instabilità emotiva, che porterà la ragazza verso incontri ambigui. Per sua fortuna, lui riuscirà sempre a tirarla fuori dai guai, un po’ impietosito e un po’ innamorato di quella donna tanto fragile quanto determinata.
Sempre teso verso il mistero di un enigma (volutamente irrisolto) che avvolge il passato della protagonista femminile, per tutta la prima mezz’ora il film scorre lento e apparentemente senza senso, senza sapere dove andare a parare, tra dialoghi insulsi e frasi scontate. Il proseguo lo trasforma in un coacervo confuso di temi etici (famiglia allargata, aborto, religione) appena accennati, trattati con superficialità e quindi sostanzialmente inutili. Gran parte della colpa va ad una sceneggiatura decisamente mal scritta, confusa, senza una forte identità, che rende l’opera irreale, perfettamente suggellata dall’assurdità della scenetta bucolica finale, stile “e vissero tutti felici e contenti”. Difficile credere ad una soluzione così buonista.
Nel caos tematico e stilistico emerge prepotente la prova di una Smutniak decisamente molto brava e convincente nel rendere i mille squilibri del suo personaggio complesso, sfaccettato e per ceti versi anche affascinante. Ma la sua bravura non può reggere da sola il film né tantomeno equilibrare le pecche di una sceneggiatura piena di scompensi come la sua protagonista. D’altronde è anche vero che questo è lo stile di Del Monte: o lo si ama o non lo si sopporta. Sarà anche il pubblico a decidere.


