Lodevole come Hollywood cerchi di darsi una contegno da cinema impegnato, realizzando film di presunto spessore politico, al fine di portare alla ribalta guerre più o meno dimenticate e tematiche di politica estera. Meno lodevole come ciò si traduca sempre in prodotti dalla confezione impeccabile, ma dalla fastidiosa patina commerciale. Non fa eccezione The Hunting Party, capace di banalizzare a storiella di vendetta d’amore il dramma della pulizia etnica nella ex-Jugoslavia.

D’accordo, il film di Richard Shepard non è un documentario, ma umanizzare e ridurre una catastrofe collettiva a problema sentimentale individuale sa quasi di insulto. Richard Gere interpreta infatti un giornalista free-lance, ex gloria degli inviati di guerra di grosse emittenti USA, ora dimenticato da quel mondo per via del suo parlare fuori dalle righe. Terrence Howard è invece il suo ex-cameraman, ora pezzo grosso di un network, inviato in Serbia assieme ad una matricola (figlio di uno dei grandi capi). I due amici, che non si rivedono da tempo, si rincontrano e decidono di dare la caccia a La Volpe, criminale di guerra su cui pende una taglia da 5 milioni di dollari, ma che nessuno, NATO compresa, è finora riuscita a scovare. Per il giornalista sarà un modo per vendicare la morte della sua ragazza slava, trucidata dal criminale.

“Solo gli aspetti più allucinanti di questa storia sono veri”, recita la scritta a inizio film: i titoli di coda sono lì a ribadirlo (in maniera assai originale e divertente), chiudendo ciclicamente un racconto che però, per tutta la sua durata, di realistico sembra avere assai poco. L’intento è quello di denunciare il voluto lassismo delle forze alleate, che ha permesso ai criminali di guerra slavi di farla franca fin’ora. E anche quello di ricordare quale inferno possa essere stato il conflitto nei Balcani.
Ma se la regia soffre di assurdi didascalismi da filmetto per le scuole (vedasi gli intermezzi stile documentario che “illustrano” letteralmente i ricordi del protagonista), la sceneggiatura non è da meno, dimostrando ingenuità varie e le infinite cadute nella sfera personale, di cui si è già detto.

Un plauso al sempreverde talento di Richard Gere, che quasi fa passare in secondo piano la prova dentro le righe di Terrence Howard. Ma siamo al solito discorso: è tutta patina esteriore, solo confezione perfettina ad uso e consumo di un pubblico (quello americano) che i conflitti in cui si infila il suo esercito li conosce a malapena, che crede che il mondo finisca sul confine USA e che riesce a far passare una storia pseudo-impegnata solo se impregnata di sentimentalismi da favoletta. Il pubblico europeo è per fortuna abituato a ben altre tematiche e ad altro spessore e non potrà che rimanere deluso da un prodotto del genere.