Ho atteso, prima di scrivere questa recensione, che la tempesta indotta da questo film nella mia mente si placasse perché Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis, presentato in anteprima ed in Concorso come ultimo film a Venezia 83, è durissimo, implacabile e spietatamente onesto, come un film su questo tragico quanto significativo argomento richiede.
Degno del miglior Polanski, il talentuoso regista del pregevole Garage Olimpo ci riporta filmicamente, 27 anni dopo, alla terrificante cicatrice nel cuore dell’Argentina.
Il film è giunto nelle sale italiane il 17 Settembre, grazie a Fandango che lo ha coprodotto e distribuito.
Buenos Aires, 2008. Dopo tre decenni trascorsi in Italia, il Dott. Mariano Guerra viene convocato in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare.
Mariano viene ospitato insieme ad altri sopravvissuti, in attesa del giorno della sua deposizione, negli alloggi del Ministero della Giustizia, ove ritrova persone che hanno condiviso la sua prigionia ma non possono che guardarlo con un misto di odio, rancore e sospetto.
Le giornate trascorse con gli altri testimoni, gli incontri e le testimonianze riportano alla luce vicende rimaste in sospeso per decenni. Mariano è, infatti, un “miracolato” per essere uscito “indenne” a più di due anni di assoluto inferno ma ciò reca un peso immane che nessuna sentenza potrai mai alleggerire.
Il ritorno a Buenos Aires lo costringerà, quindi, a confrontarsi con il profondo significato – Primo Levi docet – dell’essere rimasto vivo.
Un Adriano Giannini in stato di grazia ci regala la miglior prova d’attore della sua intera carriera sino ad oggi. Gli auguro che rappresenti l’inizio della sua Golden Age. La sua straordinaria gestione del corpo, unita ad un magistrale montaggio alternato tra il Mariano di allora ed il Mariano di oggi. La scena del ritorno all’inferno, con la camminata di Mariano che muta immediatamente al primo passo poggiato in quel luogo, ormai fisicamente svuotato ma emotivamente sempre raggelante, come se le catene alle sue caviglie non fossero mai state spezzate… vale da sola il prezzo del biglietto.
Con le parole del regista: “Con Ritorno a Buenos Aires, torno in Argentina cinquant’anni dopo. Ci torno con una storia che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco. Anch’io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina, ma Mariano non sono io. Ho scelto la finzione perché a volte è l’unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare.
Per molti anni ho pensato che il cinema mi avesse liberato da quella domanda. Ho capito che non era così. Da molti anni mi accompagna una domanda: che cosa significa sopravvivere? Non soltanto salvarsi, ma continuare a vivere quando altri non hanno potuto farlo. Mariano torna a Buenos Aires per testimoniare in un processo. Io, attraverso di lui, ho cercato di raccontare quel momento in cui il passato torna a occupare il presente.
Ho cercato una regia essenziale, senza spiegare né giudicare. Mi interessavano i silenzi, i volti, il tempo dell’attesa, i luoghi che conservano le tracce di ciò che è accaduto. In fondo, questo film parla di una cosa sola: di quella colpa del sopravvissuto che insiste.”.
Una visione dolorosa quanto necessaria.

Ritorno a Buenos Aires – girato tra tra Porto Alegre e Torino, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – è una coproduzione internazionale tra Italia e Brasile: per l’Italia, Fandango con Domenico Procacci e Laura Paolucci, 39Films con Alfredo Federico e Simona Banchi, Karta Film con Marco Bechis, Rai Cinema; per il Brasile, 34 Filmes con Patrick de Jongh, Cibele Amaral ed André Ristum.
Il regista, sceneggiatore, produttore e scrittore Marco Bechis è nato a Santiago del Cile da madre cilena di origine svizzero-francese e padre italiano. Cresciuto tra San Paolo e Buenos Aires, il 19 aprile 1977, a vent’anni, viene sequestrato e detenuto per quattro mesi nel centro clandestino Club Atlético durante la dittatura argentina. Espulso dal Paese per motivi politici, si trasferisce a Milano, dove inizia il suo percorso artistico.
Prima di dedicarsi al cinema lavora come maestro elementare a Buenos Aires, fotografo Polaroid e videoartista a New York; nel 1981 frequenta la scuola di cinema Albedo di Milano. Dopo gli esordi con la video-installazione Desaparecidos, dove sono? da cui nascerà anni dopo Garage Olimpo, realizza film come Alambrado, Garage Olimpo, Figli (Hijos), Birdwatchers– La terra degli uomini rossi, Il sorriso del capo e Il rumore della memoria. Nel 2021, pubblica per Guanda il memoir La solitudine del sovversivo.
