Considerando la situazione geopolitica attuale, la visione del documentario Nedo, un italiano di Ruggero Gabbai credo sia per molti, come lo è stata per me, di profondo impatto emotivo. Il film è una produzione Forma International con Rai Cinema, con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo ed è stato presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026 nella sezione Special Screening.

Il protagonista è Nedo Fiano (1925–2020) un giovane ebreo fiorentino che all’età di diciannove anni ha vissuto la devastante esperienza dei campi di concentramento nazisti. Nedo viene arrestato durante un’uscita in strada da solo, lasciando nello sgomento la sua famiglia che non lo vede rientrare.
Viene prima detenuto nel carcere delle Murate a Firenze (dove la sua passione per il canto sarà fondamentale per sollevare il morale suo e degli altri prigionieri), poi trasferito al campo di transito di Fossoli (dove purtroppo lo raggiungono i suoi familiari, anche loro arrestati), e da lì ad Auschwitz-Birkenau.
Nella tragedia, ha la fortuna di parlare tedesco e risultare simpatico ad un ufficiale, che lo destina al Kanada Kommando, cioè a smistare gli effetti personali dei deportati che arrivano al campo, e ciò sarà determinante per la sua salvezza.
L’arrivo al campo segna anche l’ultimo contatto con i suoi familiari, poiché nessuno di loro ne uscirà vivo. In seguito Nedo viene trasferito in altri tre campi di concentramento (Stutthof, Echterdindgen e Buchenwald) fino alla liberazione, particolarmente provvidenziale poiché talmente malato da essere tra la vita e la morte.
La vicenda viene narrata attraverso le riprese del viaggio di ritorno di Nedo nei luoghi della sua Odissea, compiuto nel 1994 insieme allo storico Marcello Pezzetti (del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea) ed al regista Ruggero Gabbai: le immagini video del ritorno di Gabbai in questi luoghi dopo trent’anni, insieme ai figli di Nedo e le testimonianze dei figli e dei nipoti. Oltre a quello dei familiari, è presente anche il contributo di Liliana Segre, altra testimone dell’Olocausto che, come Nedo Fiano, ha dedicato il resto della sua vita a raccontare questa terribile esperienza alle nuove generazioni.
L’aspetto più intenso del film è il suo essere fondato sulla narrazione di come la deportazione non abbia segnato (nel bene e nel male) soltanto Nedo e i suoi otto familiari stretti che ha perso ad Auschwitz-Birkenau (la scena più angosciante è quella in cui il protagonista è con i figli sui resti del forno in cui sono stati cremati, definendolo la loro “tomba di famiglia”) ma anche le vite della moglie, dei figli e dei nipoti; non si tratta, infatti, soltanto del devastante trauma psicologico subìto ma anche dei valori a loro trasmessi, tra i quali l’importanza vitale della testimonianza affinché tali atrocità non si ripetano.
A conferma di ciò, uno dei nipoti di Nedo sta proseguendo la sua missione, recandosi nelle scuole per raccontarne l’esperienza agli studenti, alla nuova generazione.

Un destino beffardo porterà Nedo ad ammalarsi di demenza senile negli ultimi anni di vita, facendogli così dimenticare la terribile esperienza vissuta, tanto che vediamo uno dei figli affermare che, forse, quello è stato il suo unico periodo di vera serenità e, forse, sddirittura una liberazione, anche se non completa poiché le ultime canzoni che canterà saranno quelle in tedesco imparate nei campi di sterminio.
Questa pregevole opera si conclude con una nota di grande preoccupazione, come a riportarci ad una nostra contemporaneità sempre più violenta poiché segnata dall’indifferenza e dall’intolleranza: l’amara riflessione di Liliana Segre su quanto sia stato positivo che Nedo non abbia potuto comprendere le vicende geopolitiche mondiali che hanno caratterizzato i suoi ultimi anni di vita.
