Nowruz – Nuovo giorno è un bel documentario scritto e diretto da Francesco Cannavà, presentato alla Festa del Cinema di Roma 2026 nella sezione Special Screenings, in concorso per il Premio dedicato al cinema del reale.

Il film nasce dall’incontro con un gruppo di donne iraniane che a Torino trovano nel calcio uno spazio di emancipazione, libertà e appartenenza. Studentesse, lavoratrici, madri, unite nella squadra femminile Homa (la parola significa “futuro” in farsi) costruiscono attraverso lo sport una comunità capace di accogliere esperienze e sensibilità differenti, sperimentando una libertà che nel Paese d’origine incontra drammatiche limitazioni.

Queste giovani donne giocano a calcio per passione, per costruire legami, per sentirsi libere. In Iran erano costrette a sottostare a regole che limitano i diritti delle donne; in Italia ricostruiscono una quotidianità lontano da casa. Per un anno, tra allenamenti e tornei, vivono un percorso di autodeterminazione e partecipano al Balon Mundial, torneo cittadino delle comunità migranti.

Il capitano Atieh
Il capitano Atieh

Ma l’ennesima, violenta repressione delle proteste in Iran, e l’attacco militare degli USA di Trump avviato il 28 Febbraio 2026 che l’ha innescata, cambiano drasticamente la loro quotidianità. Tra le giovani sportive, lacerate tra le giuste ambizioni di una vita “normale” e la nostalgia e l’angoscia per quanto avviene nella regione del Golfo Persico, emergono posizioni differenti: c’è chi vede nell’intervento esterno una possibile liberazione e chi rifiuta che il cambiamento possa passare attraverso i bombardamenti del proprio Paese.

La progressiva partecipazione politica delle protagoniste attraversa queste contraddizioni senza cancellare i legami costruiti. Le manifestazioni pubbliche, dove le fotografie delle vittime della repressione richiamano l’attenzione dell’opinione pubblica italiana, trasformano quelle donne che avevano trovato nel calcio uno spazio di libertà individuale in protagoniste di una testimonianza collettiva.

“Ho fatto questo film – dichiara Francesco Cannavà – per mantenere fede ad una promessa fatta ad una donna iraniana incontrata in Sicilia, a Messina: ascoltare la voce delle donne iraniane della diaspora e far conoscere le loro storie. Cosa significa lasciare il proprio Paese, cercare la libertà e l’autodeterminazione lontano dalla propria famiglia, dalla propria cultura, dalla propria terra?”.

Sport e politica è quasi un sottogenere cinematografico, ma sport politica e questione mediorientale è qualcosa di inesplorato: lo sport, il calcio femminile in questo caso, è un potente strumento politico che veicola messaggi in un senso o nell’altro: abbiamo avuto casi di atleti che mostrano la bandiera della Palestina in campo o il rifiuto di confrontarsi con avversari che sono espressioni di regime. Nel film di Cannavà lo sport si trasforma da esigenza vitale a strumento politico.

Aggiunge il regista: “Questa squadra di calcio nasce nel 2013 per creare uno spazio dove le donne iraniane e la diaspora a Torino potessero essere famiglia e comunità, perché le persone quando migrano sono individualità singole, spesso anche molto isolate e profondamente tristi per la condizione che vivono. Non è facile lasciare l’Iran a vent’anni perché, tranne la capitana che è più grande, le altre ragazze sono tutte ventenni e non è facile lasciare in proprio paese a quell’età. Quindi lo sport, e il calcio in questo caso, possono essere un punto di riferimento: gli incontri della squadra, gli allenamenti, lo spogliatoio, il campo, le partite, i tornei, e un’occasione per fare comunità e famiglia e non disperdersi“.

Infatti, a seguito della recente deflagrazione, con i bombardamenti americani sulle città iraniane, le posizioni delle protagoniste sono diverse, a volte opposte, rischiando di allontanarle e di disgregare la squadra. Si vede allora lo sforzo di restare unite grazie all’essere una squadra, nonostante idee diverse. Questo è un ottimo spunto per raccontare ciò che sta accadendo politicamente e socialmente in Iran, il cui popolo in questo momento ha punti di vista diversi: all’interno della squadra Homa Iran Female non c’è una voce univoca come non c’è all’interno del popolo iraniano.

Shirin Ebadi
Shirin Ebadi

Ma quando la capitana incontra Shirin Ebadi, la prima donna Premio Nobel per la Pace, lei le dice che la cosa più importante è restare uniti Anche se ci sono idee opposte, se vogliamo essere un giorno liberi, dobbiamo essere un popolo, restare uniti. E le invita a cantare l’inno dell’Iran pre-regime, che è un bellissimo esempio di cosa essa rappresenti: amore per la natura, orgoglio identitario e soprattutto grande sacralità della vita.

Atieh Mazi, capitana della squadra Homa, presente alla Festa di Roma, ha affermato: “Quando faccio sport, soprattutto il calcio, mi dà felicità, mi sento molto libera e quando sono con le altre ragazze iraniane siamo in una situazione ‘nostra’, perché conosciamo bene i dolori e le sofferenze che abbiamo per quello che succede in Iran”. Un’altra calciatrice, Yasaman – nome che significa “gelsomino” in farsi -, aggiunge: “Anche per me è così, quello che succede in Iran è grave ma tanti amici italiani o di altre parti d’Europa non sempre possono capirlo profondamente“.

L’incontro con queste sportive iraniane vitali e attive, che provengono da una realtà così diversa e complessa, restituisce il senso di una generazione che ama disperatamente la vita e la libertà. Significativamente, il titolo del film richiama il Nowruz, il capodanno persiano che coincide con la primavera e simboleggbiia la rinascita: il desiderio di un nuovo inizio, senza rinunciare alla propria storia e al legame con il Paese d’origine.

Il documentario, arricchito da immagini e video d’archivio della repressione mai apparse nei media italiani, è una coproduzione Zenit Arti Audiovisive e 8 Road Film, in collaborazione con Rai Cinema, Art Show Movie e Beagle Media, con il contributo della Direzione cinema e audiovisivo del Ministero della cultura, con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte, e sarà distribuito da Lo Scrittoio-Cinema d’Autore.