“Affrontare la violenza in modo multidisciplinare”.
“Facciamo le cose per bene nel nostro piccolo angolo ma a nessuno importa”.
“La prendiamo in carico. Non è lei da sola, non siamo noi da sole. Siamo noi insieme.”.
“Educare, educare, educare. Le violenze alle donne sono strutturali nel nostro paese e potremo sradicarle solo grazie all’educazione.”.
La Maison des femmes, diretto da Mélisa Godet, al suo esordio come regista di un lungometraggio, racconta a più voci la vita delle protagoniste, sia le vittime di violenze sia le operatrici, di una struttura di accoglienza e supporto vicino a Parigi che si ispira alla Casa delle Donne di Saint-Denis.
Con il patrocinio di Amnesty International Italia, nonché il supporto di Differenza Donna e Kering Foundation, il film ha commosso il pubblico francese ed uscirà nei cinema italiani il 29 Ottobre, grazie a Satine Film.
La violenza non si vede. Gli aggressori non hanno né un volto né un nome. Sono i mariti, i padri, i fratelli di donne abusate fisicamente e psicologicamente. È attraverso le loro voci che la violenza si sente. È attraverso l’équipe de La Maison des Femmes che la violenza viene ascoltata, lenita, curata.
Sono 55 le voci delle vittime che esprimono diverse declinazioni del trauma: mutilazioni genitali, violenze domestiche, abusi sessuali. Il percorso di queste donne è fatto di rabbia, di lacrime, di forza nel voler riconquistare il diritto di denunciare, di recuperare la dignità negata, di rimarginare le ferite.

Ad accompagnarle e sostenerle c’è Diane (interpretata dalla brillante Karin Viard), direttrice e fondatrice de La Maison des Femmes, ispirata alla figura della fondatrice Ghada Hatem-Gantzer.
Medico tenace e carismatico che combatte contro la mancanza di fondi, la burocrazia, la politica e la costante minaccia di chiudere i battenti. Non si arrende Diane, affronta ogni giorno lo stress emotivo che rischia di incrinare il suo personale equilibrio.
C’è anche Inès (Oulaya Amamra), stagista di medicina e di buona famiglia, che ha scelto controvoglia la struttura di periferia invece di una prestigiosa clinica privata, come vorrebbe sua madre. Il suo coinvolgimento sarà progressivo ma inesorabile.
E c’è Manon (Laetitia Dosch), l’ostetrica. La più combattiva e veemente, Manon raccoglie e fa sue le parole e le lacrime delle donne rifugiate nella Maison des Femmes e non concede sconti a chi non si schiera immediatamente dalla parte delle vittime.
La pellicola di Melissa Godet non cerca in alcun modo di suscitare una facile commozione, piuttosto stimola con successo un coinvolgimento profondo del pubblico.
La Maison des Femmes mi ha ricordato un’altra pellicola francese che ho visto meno di due mesi fa.
Si tratta di 15/18 – Un luogo per guarire di Cédric Kahn: presentato in Concorso all’83ma Mostra del Cinema di Venezia, il film è ambientato in un reparto di neuropsichiatria infantile che segue adolescenti tra i 15 e i 18 anni (da qui il titolo).
La Maison des Femmes e 15/18 trasmettono lo stesso forte messaggio di speranza, di cura, di recupero: un messaggio di cui noi tutti abbiamo tanto bisogno.
Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia ne ha parlato così:
“La violenza contro le donne e la discriminazione di genere non dipendono tanto da classe sociale, cultura o tradizione, piuttosto da un sistema patriarcale diffuso e trasversale che le tollera, se non addirittura le incoraggia e le legittima.
Amnesty International ltalia patrocina con convinzione La Maison des Femmes – La casa delle donne, che riconosce la migliore risposta che la società possa dare alle sopravvissute alla violenza: sorellanza, ascolto, rispetto, accoglienza, servizi sanitari e anche di tipo legale di elevata qualità.
Ne derivano, quando le istituzioni collaborano anziché ostacolare: dignità, crescita personale, sicurezza, accesso ai diritti per le bambine, le ragazze e le adulte, finalmente libere dalla violenza e dalla paura”.
Una visione necessaria.
