NAZA, scritto e diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor (alla produzione Jonathan Glazer), già registi di No Other Land, vincitore dell’Oscar 2025 come Miglior Documentario. è stato l’unico documentario in concorso all’83ª Mostra del Cinema di Venezia e ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria della Biennale Cinema.

NAZA è giunto oggi nelle sale italiane e vi resterà sino a mercoledì 30 Settembre grazie ad I Wonder Pictures.

Due uomini sul tetto di un edificio a Tel Aviv. È notte. Attraverso le finestre illuminate si vedono scene di un’ordinaria quotidianità: un divano, un letto, un cagnolino e tanti schermi televisivi accesi che trasmettono notizie di guerra.

Uno dei due uomini intervista 24 testimoni: sono militari oppure operatori dell’intelligence israeliana coinvolti, con ruoli diversi, nelle operazioni a Gaza dopo il bombardamento del 7 Ottobre 2023. Non hanno volto e la loro voce è alterata per garantirne l’anonimato.

L’ospite fisso sul tetto è Yuval Abraham, uno dei registi di NAZA, questo straordinario e sconvolgente documentario che denuncia le responsabilità di Israele nel genocidio palestinese.

Non ci sono sconti né giustificazioni per la carneficina che ha reso Gaza un luogo di cadaveri ammassati lungo le strade e divorati dai cani, oppure gettati nelle fosse comuni.

Per uccidere un terrorista viene sterminata l’intera sua famiglia, donne e bambini compresi. Lo decide l’intelligenza artificiale, nello specifico l’algoritmo Lavender che, tramite la rete telefonica, individua le persone sospettate di appartenere ad Hamas.

Tutti sono controllati in ogni istante. Bastano poche parole, come “Where’s Daddy?”, “Dov’è papà?”, per intercettare un individuo quando rientra a casa e bombardare l’intero edificio.

A nessuno degli operatori importa se a perdere la vita saranno molti civili.

Loro sono soltanto “NAZA”, vittime inesorabili del conflitto, effetti collaterali senza nome e identificati solo da numeri. È il caso di un bambino che si trovava vicino alla zona di confine o di gruppi di persone affamate che correvano verso la distribuzione di viveri, uccisi da proiettili, droni, incendi e bombe.

Personalmente, il film mi ha fatto riflettere su un saggio che ho letto molti anni fa: Ti uccido come un cane (1986). L’autore, Roberto Guiducci, analizza come gli esseri umani arrivino ad infrangere il tabù che impedisce di uccidere un proprio simile: purtroppo, un esercizio che troppi riescono a svolgere con macabro successo.